Impiegati che chiedono di lavorare, perché ricevere uno stipendio senza offrire alcun servizio (se non per incarichi marginali) probabilmente mortifica. In Italia succede anche questo, e precisamente succede all’Istat, l’istituto nazionale di statistica, presieduto dal professore Antonio Golini. Questi a oggi occupa la sedia rimasta vacante dopo che l’ex presidente Enrico Giovannini è stato nominato ministro del Lavoro e delle Politiche sociali. E proprio sotto la presidenza di Giovannini si è verificato che sette dirigenti, pagati circa 70 mila euro l’anno a testa, fossero destituiti dai loro incarichi per rimanere, senza cariche specifiche, ma con uno stipendio alto.

“Prima lavoravo fino a tardi ogni giorno, adesso se dedico un paio d’ore alla settimana all’Istat è tanto”, racconta uno dei sette dirigenti, che preferisce restare anonimo. Questa situazione è stata segnalata con tre lettere alla dirigenza. La prima è del 6 maggio scorso. “L’amministrazione – si legge nella lettera – ha risolto gli incarichi dirigenziali di preposizione di servizi di cui ai contratti individuali dei sottoscritti dirigenti tecnologici/ di ricerca. Nelle medesime deliberazioni, l’amministrazione prevedeva il conferimento di nuovi incarichi che risultano non ancora attribuiti”. A questa, seguono altre due segnalazioni: una del 14 maggio, la seconda del 23 luglio scorso.

La situazione dei dirigenti però non cambia. Facendo i calcoli, fino a oggi, sono stati spesi circa 120 mila euro in quattro mesi per dirigenti che non lavorano o che lavorano pochissimo. Ma come si è arrivati a questa situazione? Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Il 7 ottobre 2010 viene pubblicata il bando di concorso per l’Istat con il Dpr 166/2010. Con il decreto veniva indetto un concorso per inserire altre persone nel nuovo organico. Vengono ammessi in otto, provenienti da ambienti diversi, mentre molti – già interni all’Istat – non superano il concorso. Di questi, 23 hanno fatto ricorso al Tar che il 29 aprile scorso ha dichiarato nullo il concorso. Bisogna comunque dire che il grado di giudizio non è ancora terminato, perché l’ente ha fatto ricorso al Consiglio di Stato. Nella sentenza del Tar è scritto: “I ricorsi e i motivi aggiunti devono essere parzialmente accolti e, per l’effetto, deve disporsi l’annullamento del bando in concorso impugnato nella parte in cui prevede un punteggio minimo di 21/30 nella valutazione dei titoli”. Prima che fosse emessa la decisione del Tar, però, i 7 dirigenti erano già stati destituiti con una delibera del 19 aprile, seguita pochi giorni dopo dalle nomine dei nuovi dirigenti.

Il risultato è uno spreco di denaro pubblico, che si aggiunge ad altri, come i 14 milioni spesi per un terreno a Pietralata, a Roma. Doveva diventare la futura sede dell’Istat, ma a distanza di 5 anni, risulta ancora in uno stato di abbandono. Su questo, negli anni scorsi, c’è stato anche il monito della Corte dei conti, ma nulla è cambiato. Su entrambe le vicende, Il Fatto ha contattato il direttore generale dell’Istat, Maria Carone. “Quanto affermato dai dipendenti – ha spiegato il direttore generale – non è puntuale: ad ogni loro lettera ha fatto seguito un incontro. Nel caso specifico la durata degli incarichi di dirigente era collegata alla conclusione di procedure concorsuali per l’assunzione di dirigenti amministrativi. Con la delibera di revoca dell’incarico, peraltro, i medesimi sono stati assegnati ai rispettivi uffici”.

Sul terreno acquistato nel 2007, il dg aggiunge: “L’attuale congiuntura economica e la conseguente spending review non consentono alle pubbliche amministrazioni di affrontare i rilevanti investimenti che tali progetti comportano”. Subito dopo che Il Fatto ha contattato il direttore generale, è stata emessa una delibera lampo – il 30 agosto scorso – in cui è scritto che i dirigenti “sono preposti alla rete per il coordinamento amministrativo in qualità di esperti”. Insomma ora sono esperti, ma sempre senza mansioni.

da Il Fatto Quotidiano del 4 settembre 2013