Papa Francesco ha levato il suo alto monito e monsignor Toso ha parlato apertis verbis di pericolo di terza guerra mondiale.

La crisi siriana risulta in effetti molto insidiosa. Si tratta della miccia che potrebbe far esplodere tutta la polveriera mediorientale.

Come fatto notare dal ministro degli esteri russo Lavrov, le “prove” addotte dall’amministrazione Obama sul presunto uso di gas da parte di Assad sono la solita fuffa da servizi avvolta di mistero, appunto perché non reggono ad un esame obiettivo. La segretezza si rivela al solito un ingrediente indispensabile per cucinare il pretesto per l’intervento militare. E’ davvero incredibile che gli Stati Uniti non diano alcuna prova concreta di quanto affermando sostenendo la necessità di confidenzialità. Ma è quanto avviene. Ecco perché Washington vede come il fumo negli occhi chi, come Assange, Snowden e Manning, ha svolto attività non già spionistica, ma di chiarimento della verità. Oggi più che mai è necessario che i polverosi androni della diplomazia e delle attività dei servizi segreti siano illuminati a giorno dalla luce della democrazia e della libera informazione.

L’intervento risponde del resto a necessità strategiche dell’amministrazione Obama, incalzata dai falchi. Una botta più o meno limitata alla Siria dovrebbe rialzare le quotazioni del presidente e garantire, sul piano internazionale, un rinnovato predominio degli Stati Uniti basato come ormai da tempo prevalentemente sull’uso dello strumento militare. E’ naturale che quasi tutti gli altri non ci stiano e che perfino il Parlamento britannico si esprima contro questa ennesima avventura bellica senza senso gravida di pesantissimi rischi per tutta l’umanità.

Un altro elemento su cui insistere è quello della necessità di una soluzione pacifica e diplomatica alle crisi e ai conflitti. Cosa che fa sorridere o sganasciare i guerrafondai, ma che invece costituisce l’unica via possibile, in armonia con il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. Sul negoziato insistono i giuristi democratici, i quali hanno pubblicato nei giorni scorsi il seguente comunicato:

“I giuristi democratici esprimono la propria ferma opposizione ad ogni intervento armato esterno nel conflitto siriano, sia perché mancano prove certe sulle responsabilità del regime di Assad (non si possono dimenticare le fantomatiche armi di distruzioni di massa attribuite a Saddam Hussein), sia perché l’iniziativa interventista di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna espropria di fatto le Nazioni Unite delle loro prerogative (si ricordi l’intervento Nato in Libia e, nel passato, l’analogo intervento in Kosovo) e finisce per configurare un vero e proprio uso illegittimo della forza. Ben si comprendono quindi le forti contrarietà che si registrano ovunque nel mondo a un`ipotesi di intervento armato per punire Assad per le sue presunte responsabilità nell`uso di armi chimiche. Il conflitto siriano va risolto con il negoziato e dando spazio alla società civile, rispettando il divieto di non intervento negli affari interni che costituisce un principio classico e tuttora valido del diritto internazionale. Le Nazioni Unite agiscano per chiarire quanto accaduto effettivamente il 21 agosto e in altre circostanza e imporre il rispetto del diritto internazionale umanitario da tutte le parti in conflitto e affinché sia data al popolo siriano la possibilità di esprimere in modo pacifico e democratico la propria volontà”.

L’Italia per il momento non ha espresso alcuna posizione degna di nota. Con esercizio di ammirevole equilibrismo il ministro della difesa Mauro (che pare avere esautorato quello competente probabilmente colpevole di troppa chiarezza) tende a dare in una sua dichiarazione un colpo al cerchio e una alla botte. Andreotti e Craxi, al confronto, sembravano titani della politica internazionale. Ma tutto sommato anche il buon Mauro parla di “contagio della ragionevolezza” e da un membro del governo Letta non ci si può evidentemente aspettare di meglio. Tanto più che tanta ragionevolezza serve, secondo Mauro, solo a permetterci una “pausa di riflessione”. Come dire, se il Congresso statunitense voterà a favore vorrà dire che la riflessione ha dato quel risultato e buonanotte. Ci vorrebbe però un piglio ben più determinato nell’opposizione al disegno Usa e Nato e nella ricerca delle possibili alternative. Opposizione e alternative oggi più che mai necessarie ed urgenti di fronte al paradosso che il primo presidente statunitense insignito (per meriti ancora non chiari ai più) del premio Nobel per la Pace compia una scelta davvero sciagurata a favore della guerra.