I Queens Of The Stone Age sono una delle poche band di livello di cui attendo le nuove uscite discografiche ancora con una certa trepidazione: non meno, ritengo Josh Homme una delle persone – musicalmente parlando – più intelligenti e malleabili dell’intero panorama mondiale, secondo solo a quel Dave Grohl che pressoché dal nulla ha creato quella “gioiosa macchina da guerra” (cit.) che risponde al nome dei Foo Fighters.

Reduci da due album – “Lullabies To Paralyze” (2004) e “Era Vulgaris” (2007) – stilisticamente ineccepibili ma nel complesso abbastanza ostici – i Queens Of The Stone Age decidono di prendersi il giusto tempo per rilanciare alla grande e capitalizzare al massimo il fieno in cascina: l’abbandono di Nick Oliveri prima e di Joey Castillo poi ci aveva d’altronde consegnato un Josh Homme sempre più solo e che forse – parole sue – non aveva neanche più voglia di salire su un palco, figurarsi incidere un nuovo disco e partire per l’ennesimo tour.

Così, forte di un numero di collaborazioni che farebbe impallidire chiunque, il rosso pioniere dello stoner incomincia a scrivere il nuovo “…Like Clockwork“: un disco di cui per anni non si saprà più nulla, sparizione in parte giustificata dal parallelo progetto Them Crooked Vultures (2009). “…Like Clockwork“, uscito il 4 giugno di quest’anno, è un album strano, dal sapore agrodolce: se da una parte convince già ad un primissimo ascolto, lascia poi con l’amaro in bocca, rimandando alla mistura di sapori acri che si ha fumando una sigaretta di prima mattina.

Il sipario si apre con “Keep Your Eyes Peeled”: un incedere lento che spiazza nel ruolo di opening track ma che poi, nel mezzo, cresce seppure molto timidamente, rimanendo su ritmi volutamente soffusi. Di tutt’altra pasta la seconda “I Sat By The Ocean”: molto più lineare, trainata da un riff ammiccante che sembra rubato agli Strokes ed impreziosita da un finale quasi orgiastico. “The Vampyre Of Time & Memory”, subito dopo, è la ballad intimista che solo un outsider come Josh Homme può regalarti: strano poi leggere come non sia questo il brano che vede la compartecipazione di Elton John, in quanto sembra proprio scritto a due mani col baronetto di Pinner.

Poco da dire: uno dei migliori episodi del disco.“My God Is The Sun” era anche il primo singolo estratto: se in quella veste faceva quasi sognare, inserito nel contesto di un disco così complesso sfigura. “Smooth Sailing”, il brano che vede (stavolta sì) il duetto con Sir John, è un esperimento interessante quanto forse trascurabile: una jam incompiuta, una maglietta lasciata al sole e indossata forse anzitempo, ancora bagnata e mai stirata. “I Appear Missing” è un urlo disperato, che riecheggia imponente in un cantautorato post-rock dal sapore malato e ineluttabile: una delle migliori canzoni dell’intera produzione dei QOTSA, sicuramente il diamante nascosto nelle viscere di quest’album.

L’omonima “…Like Clockwork” chiude in continuità con l’inizio del disco, portandosi dietro un testamento di influenze che spazia dai Beatles di “Strawberry Fields” ai Genesis di “I Know What I Like (In Your Wardrobe)”, passando per tanto, tanto altro.

Che i Queens Of The Stone Age abbiano centrato l’obiettivo è probabile, altamente probabile: la sterzata intrapresa con “Songs For The Deaf” è ormai compiuta ed il desert-rock ha ora lasciato spazio ad una forma canzone molto più definita e inquadrabile, in cui le peregrinazioni sonore di Homme non sembrano volersi allontanare più dalla base sicura di cui sopra. Un disco, questo, che fosse opera di un qualsiasi gruppo agli esordi farebbe gridare al miracolo i più ma in mano allo stesso gruppo che ha prodotto “Rated R” nonché l’omonimo “Queens Of The Stone Age” fa un po’ storcere il naso: non foss’altro perché dimostra, in lontananza, i sintomi di una stanchezza ancora ben contenuta ma in prospettiva preoccupante.