«Il problema – disse Alice – è se voi potete dare alle parole così tanti significati. Il problema – ribattè Humpty Dumpty – è chi ha da essere il padrone, tutto qua» (L. Carrol, Attraverso lo specchio)

Marco Giovenale, poeta romano e gestore del blog di poesia Slowforward ha recentemente postato un gustoso e ironico testo intitolato L’ormai attestata egemonia degli autori sperimentali in Italia, dedicato al rapporto tra scrittura di ricerca e mainstream in Italia.

Il tema della paradossale e distopica descrizione di Giovenale è un’Italia ormai nelle mani della poesia sperimentale, totalmente colonizzata da adepti dell’oscurità linguistica avanguardista e della più spericolata sperimentazione; l’obiettivo – evidente – la totale mancanza di spazi, fondi, occasioni, di cui soffre la poesia ‘di ricerca’ in Italia a cui spesso si accoppiano, per sovrappiù, i gridolini d’orrore spaventati delle lobby dei ‘soliti noti’, dei pasdaran della poesia simbolista, neo-orfica, intimista, lirica e a ‘bocca chiusa’, a ogni timido accenno d’apertura: ecco, arrivano i Barbari!

[Tranne poi rubacchiare le idee che funzionano meglio a livello di comunicazione e audience e scimmiottarle a proprio uso e gradimento, anche a costo di assoldar come ‘mercenario’ qualcuno di quei cantautori tanto aborriti a parole e tanto corteggiati nei fatti, come attrattori di odiato-amato pubblico, come ‘butta-dentro’, diciamo così… Chi ha dei dubbi vada a consultarsi il programma 2013 dell’emiliano Poesia Festival, troverà Cristicchi e Bubola al braccio di Cucchi, Dal Bianco, Santagostini e addirittura Piersanti a fianco di Rossana Casale e Capovilla. Tutto in nome dei superiori interessi della poesia, neanche a dirlo.]

Per tornare al cuore della discussione, la faccenda è per sé datata (che non è difetto, anzi) e non a caso Giovenale in epigrafe cita un noto e caustico passo di Manganelli.

A Giovenale risponde, su Facebook, una giovane e combattiva critica, Sonia Caporossi, che pone alcune domande: «i poeti di ricerca si rivolgono ad un pubblico generalista? Sono per tutti? No. Allora perché io dovrei trovarli da Feltrinelli o pubblicati da un grosso editore piuttosto che accedere tranquillamente alle loro opere, come del resto faccio, tramite cerchie legate ad interessi comuni, ordinandoli eccetera? (…). Se uno desidera proprio una fruibilità allargata, sempre nei limiti della propria fama, non basta internet? Su internet se un idiota si imbatte in un testo sperimentale e non lo capisce, passa oltre, altrimenti s’appassiona: è il fruitore che ha l’impressione di scegliere il testo, ma in realtà è il testo che sceglie lui. Un libro in uno scaffale da Feltrinelli ha un altro peso semiotico, quel fenotipo di volume impone che l’autore si debba far capire, si renda fruibile, sennò da Feltrinelli non ci può stare: in libreria, è il fruitore che sceglie il testo, e il testo s’arrangia. Per tutte queste motivazioni, a me sinceramente la situazione va bene così.»

Provo a dire la mia: negare quello a cui esplicitamente allude Giovenale mi pare improponibile, né mi sembra lo faccia Caporossi stessa. È evidente che la situazione della poesia italiana contemporanea, dal punto di vista editoriale, di spazi (festival, rassegne, stampa, media, ecc.), di interesse ‘pubblico’ è poco meno che feudale. Quel poco che c’è (sempre meno di un minimo già raggiunto da tempo) è quasi sempre dato in concessione vitalizia ad alcuni baronetti e dai feudatari, si sa, c’è poco da attendersi in quanto a novità ed apertura al cambiamento.

Chiedere una diffusione di massa (posto che sia questo ciò a cui allude Giovenale) per prodotti di ‘ricerca’ in una società di massa, sarebbe, d’altro canto, un’ingenuità, proprio perché, al contrario di quanto sostiene Caporossi, nei grandi bookshop non sceglie né il lettore, né l’autore, sceglie piuttosto l’editore, o più sfumatamente, chi produce e distribuisce la merce.

Per altro verso, ogni arte è anche, e soprattutto, comunicazione e forma della comunicazione e dunque negarle diffusione significa ucciderla.

Si scrive sempre «per un popolo che non c’è», direbbe Gilles Deleuze, ma infine si scrive per un popolo, almeno in linea di principio (e d’utopia), non per un’élite.

Negare ogni spazio a ciò che è diverso dal mainstream (dato per scontato che – in poesia – anche il mainstream è poco più di un torrentello, almeno qui da noi) è, quindi, un atteggiamento ‘materialmente’ discriminatorio, dannoso in primis per la poesia stessa.

Certo, Internet è un’occasione enorme per poter superare le strettoie di un’editoria così distratta, gretta, tignosa, tesa solo a livellarsi verso il basso, ignorando nicchie di mercato che, per quanto piccole (forse poi meno di quanto si immagini), sono comunque un ‘mercato’, qualcosa che nessun imprenditore assennato ignorerebbe a cuor leggero.

Ma Internet può, allo stato, essere qualsiasi cosa, nel senso che essa non ci offre solo un nuovo canale, ma per ogni occasione ha pronta una nuova trappola e sembra proprio imporci anche forme nuove, antropologicamente e linguisticamente inedite. E queste forme sono ancora ‘fluide’, dunque ancora suscettibili di mutamento, oggetto di una lotta, di un conflitto e questo è decisivo se si riflette sul fatto che le forme, tutte le forme, sono anche forme di un ‘potere’, non sono mai neutre, ma sempre ideologizzate.

A che serve pubblicare su Internet ciò che starebbe benissimo anche in un libro? Certo, gli si garantisce diffusione, ma forse si ignora un’opportunità ancora più ghiotta, quella d’inventare una poesia ‘altra’, fuori dalle pagine dei libri e dalla loro ‘linearità’, quanto meno.

Massimo Rizzante recentemente, in un suo post su Autoanalfabeta University of Utopia, sottolineava come ad essere democratica non debba essere la letteratura, ma l’accesso ad essa.

Sono d’accordo con lui, nel senso che la Rete può rendere più democratico l’accesso ai ‘testi’, ma poi ciò che va messo in discussione è proprio il testo e le sue forme.

Non solo: in una semiosfera nella quale – come notavamo su Baldus sin dal lontano 1989 – non ha più senso nemmeno la dicotomia Avanguardia/Tradizione, ciò che i new media mettono in discussione, grazie alla loro immensa capacità di potenziare, inventare, rivoluzionare costantemente i canali di comunicazione sociale e i loro linguaggi, è proprio codesta opposizione apparentemente polare tra letteratura (poesia) alta e bassa, tra diffusione di massa e nicchia d’elite. L’enorme salto antropologico in cui siamo coinvolti supera d’un balzo le culture ‘alfabetiche’, mette in gioco variabili imprevedibili e di fatto impreviste. Alberto Abruzzese, anni fa, non a caso, intitolava un suo pamphlet Analfabeti di tutto il mondo uniamoci.

Hic Rodhus, hic saltus, insomma.

È su questo forse, più che su altro, che dovremmo essere in condizione di discutere: del libro in sé, prima ancora che di questo, o quel libro di poesia. E questo è un territorio sconosciuto, uno spazio esteso e ricco di occasioni e tagliole, è un orizzonte. Dunque al suo interno non c’è ancora spazio per alcuna verticalità consolidata, né per polarità magneticamente costanti. C’è spazio per i linguaggi e per il loro turbinoso divenire. E ciò non significa non discutere del ‘Potere’, anzi, proprio il contrario, come sosteneva Humpty Dumpty rispondendo ai sospettosi dubbi di Alice, in un celeberrimo passo di Attraverso lo specchio: quello che apre questo post.