Gaetano Quagliariello fa il senatore della Repubblica per 3.342 euro netti mensili. Invece Emma Bonino, che è pensionata, ne mette in tasca 7.764. Giampiero D’Alia fa il deputato per 4.673 euro. A Enrico Letta va un po’ meglio: 5.884 euro. Abbiamo ricavato queste cifre prendendo in esame la dichiarazione dei redditi di ciascuno, l’imponibile Irpef 2012. Sottratte le imposte e i contributi, e diviso per 12 mensilità (le indennità parlamentari non prevedono tredicesima), il netto mensile conduce a queste cifre miserabili. Spacciare una sostanziale bugia per formale verità è il tratto caratteristico del furbo. Ma la furbizia è una devianza dell’intelligenza, non una virtù.   

Un distillato monumentale di ipocrisia e reticenza è infatti contenuto in quelle dichiarazioni. Ciascuno, tranne casi isolati, ha risolto la più grande delle questioni che deturpano l’immagine della classe politica offrendo il minimo sindacale. Ad alcuni, come il senatore Quagliariello, quel minimo è addirittura al di sotto – e di molto! – di quanto la busta paga ufficiale contenga . L’indennità base di un parlamentare (la prima delle tre voci di cui si compone il portafoglio) fissa alla soglia di 5.246,54 euro l’emolumento netto mensile. C’è una legge che invita i parlamentari a illustrare i guadagni, il livello del patrimonio immobiliare e mobiliare, la successione degli acquisti o delle vendite.   

Va da sé che un comportamento virtuoso e serio, come direbbe Enrico Letta, chiamerebbe ciascun parlamentare al rispetto delle virgole. Figurarsi un ministro! Non vi è alcun dubbio che l’interesse dell’opinione pubblica sia preminente rispetto al diritto alla riservatezza di chi ha un ruolo pubblico. E non vi è dubbio che questa limitazione la subiscano oggettivamente anche i familiari più stretti. Perché è chiaro che il mio tenore di vita deriva anche dai beni di cui magari è intestataria mia moglie e di cui lecitamente godo. Ed è anzi assai probabile che quei beni siano stati acquistati anche con il mio contributo. Ma qui è partita la rivincita dei furbi. Per dichiarazione dei redditi essi hanno inteso la propria e nella propria hanno compreso unicamente l’unica voce tassata. Tacendo che a quella cifra se ne aggiunge una seconda, che è la diaria, e una terza che rappresenta il rimborso delle spese. Il ministro D’Alia, come il suo collega Quagliariello, riceve ogni mese 12.436 euro (5.246 a titolo di indennità, 3.500 come diaria, 3.690 come rimborso dei collaboratori). Conoscere il numero dei collaboratori, sapere se con quei soldi si contribuisce (e con quanto) alla vita economica del proprio partito è utile ai fini della valutazione politica sul conto di un ministro? A me sembra di sì.

Conoscere il numero di appartamenti in godimento, anche se non di proprietà, e la loro dislocazione, è un elemento che contribuisce alla trasparenza? Sì. Affermare, come fa il premier, di non possedere una casa e poi aggiungere che la consorte gli ha negato il consenso a rendere pubblici i suoi dati, è, per dirla con le sue parole, un atteggiamento molto poco serio.

il Fatto Quotidiano, 30 Luglio 2013