Piovono avvisi di garanzia sul sindaco di Napoli e i suoi collaboratori, a soli due anni dall’insediamento della Giunta. La vicenda dell’America’s Cup – per cui de Magistris è indagato con il presidente della Regione Campania Caldoro e l’ex presidente della Provincia Cesaro, per avere affidato l’evento a una società mista, senza una gara per individuare il socio privato – è solo l’ultimo degli interventi della Procura partenopea. Intanto, per l’America’s Cup sono indagati, per gli appalti distribuiti, anche il Capo di Gabinetto Attilio Auricchio e il fratello del sindaco, Claudio. Poi c’è l’indagine che riguarda il consigliere di de Magistris, il vicesindaco Tommaso Sodano, su cui pende una ipotesi di reato per una consulenza andata a una studiosa ritenuta a lui vicina, senza bando pubblico. Per di più, uno dei tre assessori superstiti ai tanti rimpasti di de Magistris (la Tommasielli dell’Idv) è sospettata di avere brigato per cancellare alcune multe stradali elevate a suoi parenti. Infine, c’è l’inchiesta sulle buche stradali in cui è indagato lo stesso de Magistris. E i giornali riferiscono di numerose altre indagini in corso.

Precisato che occorre guardare alle vicende giudiziarie con solido garantismo, il moltiplicarsi delle inchieste pone interrogativi di carattere politico. Come mai tutte queste indagini su de Magistris, la cui “luna di miele” con l’elettorato partenopeo di fatto non è mai iniziata? Si tratta davvero di un qualche complotto di poteri occulti e magistratura tesa a fermare un sindaco rivoluzionario che sta scardinando vecchi assetti di potere?

La mia esperienza con de Magistris – come organizzatore della sua campagna elettorale e ispiratore del programma di governo, poi per un anno assessore al bilancio del Comune – mi permette di rispondere con cognizione dei fatti a questi interrogativi.

La tesi di un complotto – azzardata da qualche adepto del sindaco e da qualche inavvertito commentatore – fa semplicemente sorridere. Se non altro perché gli assetti di potere a Napoli sono sempre gli stessi, con in più una crisi devastante aggravata da un Comune in sostanziale dissesto finanziario. I propositi bellicosi della campagna elettorale – rivoltare Napoli come un calzino, cancellare i sistemi clientelari (che proprio io avevo minuziosamente descritto nel libro “Robin Hood a Palazzo San Giacomo”), rispondere alle richieste dei cittadini con una stagione di buona amministrazione all’insegna della trasparenza e della legalità – sono stati tutti rapidamente accantonati. La nuova amministrazione, come ho già avuto modo di argomentare sul Fatto, non ha affrontato nessuno dei problemi veri della città, limitandosi a organizzare un po’ di eventi sportivi e chiudere qualche strada al traffico.

E allora perché un percorso così accidentato per il neo-sindaco? La verità è che Luigi de Magistris ha dato vita a una esperienza amministrativa del tutto inadeguata al governo di una grande e complessa città come Napoli. La sua azione, infatti, è stata finalizzata pressoché esclusivamente alla visibilità mediatica e a una rapida scalata politica nazionale, penosamente naufragata con il risultato elettorale di Rivoluzione Civile. Il tutto con uno stile amministrativo all’insegna del pressappochismo, della mancanza di conoscenza dei procedimenti amministrativi e – non ultimo – del sistematico allontanamento di ogni spirito libero e orientato al solo interesse pubblico. È così che una esperienza politica nata col proposito di fare del Comune una “casa di vetro”, “scassando” i poteri formali e informali che avevano portato alla disfatta dei rifiuti, è rapidamente naufragata sotto il comando autocratico del sindaco e dei suoi più stretti collaboratori, che ha trasformato le promesse di “partecipazione”, “collegialità”, “trasparenza” in parole vuote.

La strada che la giunta de Magistris stava intraprendendo fu chiara già nelle prime settimane successive all’insediamento della Giunta, nell’estate del 2011. Pino Narducci, ex assessore alla legalità, ed io tentammo in tutti i modi di porre un argine a questa deriva e fare comprendere al sindaco gli errori in cui, mal consigliato, cadeva. In alcuni casi, riuscimmo faticosamente a correggere alcuni provvedimenti discutibili sotto il profilo amministrativo e/o dell’opportunità politica (come nel caso della transazione con l’immobiliarista Romeo o nella emanazione di una delibera che facesse piena luce sul buco di bilancio). In altri casi, i nostri rilievi furono obliterati. Le cronache locali hanno illustrato, ad esempio, i conflitti che ci furono a seguito delle centinaia di assunzioni volute dal vicesindaco presso la società che si occupa della raccolta dei rifiuti. Il risultato fu che, in un crescendo di polemiche, circa un anno fa, Narducci fu costretto alle dimissioni ed io fui estromesso dal sindaco.

Il sindaco porta dunque grande responsabilità politica per i guai della sua giunta. Certo, la debolezza del tessuto sociale cittadino e degli stessi partiti politici, di destra e di sinistra, ha fatto il resto. Un centrodestra imbarazzante, un Pd che non ha ancora trovato le energie per svoltare rispetto alle eredità del passato, le organizzazioni sindacali sempre più sfilacciate e ingessate dalla crisi, hanno lasciato campo libero alle scorrerie dell’armata de Magistris, lasciando alla sola magistratura l’unica forma di “controllo sociale” sulle improvvisate iniziative del sindaco. Ma oggi nessuno – neppure chi ha potuto prevedere una simile involuzione della vicenda de Magistris – può gioire degli interventi della magistratura sul governo cittadino. Infatti, una buona e forte politica resta l’unica strada di rilancio possibile per Napoli. E allora non rimane che guardare al rinnovato senso civico che si concretizza nelle tante manifestazioni spontanee di protesta di questi giorni o alla opposizione dei giovani consiglieri di Ricostruzione Democratica, inizialmente sostenitori di de Magistris. Da queste esperienze i napoletani dovranno necessariamente ripartire quando questa ennesima sfortunata pagina amministrativa sarà chiusa.