Abbiamo, noi femministe, lottato anche perché una donna si potesse mostrare nuda, nei luoghi pubblici, reali o virtuali, senza essere insultata, dileggiata, punita, o persino uccisa per questo?

Comincio a rispondere per me, e dico : ho lottato (e lotto) contro i pregiudizi sessisti e la miseria violenta del patriarcato, (che assume volti e versioni sempre attuali), anche perché le giovani donne potessero scegliere chi essere, come vestire, cosa fare nel mondo, senza che nessun uomo le obbligasse in alcunché, nel nome della famiglia, di un dio, o della patria.

Il femminismo non è stato, e non è, un movimento che ha creato teoria, elaborazioni  e pratiche effimere e strumentali: si è trattato, e si tratta, di uno sguardo e di una visione critica della realtà, spesso ingiusta e violenta, che ancora affligge donne e uomini a livello globale. Nel mondo le bambine e le donne sono insultate, dileggiate, punite, e uccise solo per il fatto di essere femmine. 

Cito, per chiarezza, la nordamericana Robin Morgan, che forse riassume nel modo più puntuale di cosa sto parlando: “Non si tratta di una minoranza oppressa che si organizza su questioni valide ma pur sempre minori. Si tratta della metà del genere umano che afferma che ogni problema la riguarda, e chiede di prendere parola su tutto. Il femminismo è questo”.

La libertà di essere non più metà della mela, (quella meno di valore), ma un soggetto intero si è conquistata coniugando in modo nuovo il concetto di uguaglianza e di diritto: non a caso la parola usata dalle attiviste nelle lotte per la conquista della possibilità di decidere sul proprio corpo (orientamento sessuale, gravidanza, maternità, matrimonio) è autodeterminazione.

Un concetto che mette insieme libertà e responsabilità: ti autodetermini perché ragioni anche sulle conseguenze dei tuoi gesti, e lo fai perché la tua libertà si mette in relazione con il resto del mondo.

Prender parola, dunque.

Nella nostra società dell’immagine la parola la si prende anche, soprattutto, con il corpo. Viene alla mente la forza evocativa del gesto, silenzioso e però fragoroso in modo inequivocabile, di Amina Sboui, giovane blogger tunisina più volte arrestata e incarcerata per aver messo online una sua fotografia in piedi, completamente nuda. Lei, che rischia la morte solo per questo gesto, chiama il mondo a ragionare sull’irresponsabilità feroce di una visione del corpo femminile che diventa costume, consuetudine, legge, vincolo e condanna. Le donne, in questa visione, si possono vendere e comprare, ma non possono decidere per sé.

Non è un gioco, non è la tv: è la vita vera, dove le donne e le bambine vengono picchiate, mutilate, uccise, ad ogni latitudine, nelle case ricche come nelle favelas.

Ben lungi da Amina, così come altrettanto lontana dall’emozione che suscita il dipinto del 1866 di Gustave Courbet L’origine du monde, è l’effimera comparsata di un’attrice emergente del porno: prima, in un’intervista, definisce le femministe, (senza probabilmente conoscerne nemmeno una in carne ed ossa), come portatrici di ‘vagine legnose’, e sentenzia che devono ‘darla di più’; poi, in un video di circa un minuto, opina in modo confuso sulla violenza di genere, negandone l’importanza e ribadendo il concetto, (da partita doppia), del darla, una ricetta per tutte le stagioni, chissà perché.

Il video la ritrae nuda solo per la metà inferiore: una gamba sul pavimento di un bagno come tanti, l’altra sul lavandino, l’ordinata e coltivata vagina in primo piano.

E’ un’operazione commerciale pubblicitaria, una calcolatissima mossa di autopromozione, si è detto da più parti: del resto la ragazza, come molte della sua generazione che praticano il mondo della televisione e del cinema, ha studiato, è mediamente più colta di molti coetanei, sa bene l’arte del vendersi. La donna siede sulla sua banca, è il motto che le ispira.

E’ in buona compagnia: non è la prima, né sarà l’ultima a diventare, per il pochissimo tempo che la logica del mercato offre alle presunte novità, testimonial risibile e seriale dei nostri tempi vuoti, depilati e opachi. Non è molto originale, come testimonial: l’eccezione, oggi, è rappresenta da chi ‘non la dà. Nelle intercettazioni telefoniche erano i padri a incitare le figlie a concedersi, durante le cene eleganti, quindi dove sta la novità, e dove lo scandalo?

La mancanza di fantasia regna sovrana sui temi sessuali, così come il buon gusto, la cultura e l’empatia: pochi giorni fa un quarantenne opinionista genovese invitava le ragazzine a coprirsi il sedere (che a lui non dispiaceva comunque guardare, fosse mai si dubitasse della sua eterosessualità) altrimenti lo stupro è giustificato; poi è stata la volta della leghista che augurava la violenza sessuale per la ministra, e infine, buon ultimo, l’attivista di Sel, che come punizione per la suddetta leghista auspicava che questa fosse gettata in pasto a violentatori (di colore), riassumendo così l’attitudine congiunta sessista e razzista, (almeno nel linguaggio e nell’auspicio), di larga parte del paese, quella al potere così come quella del bar sport.

Nel confuso eloquio della soubrette del porno manca la capacità di fare connessioni, perché è l’automatismo a imperare. Femminista uguale frigida e acida, pornodiva uguale gaudente e realizzata. Nel video l’attrice parla delle morti sul lavoro e di violenza sessuale, due piaghe sociali planetarie, che nell’eloquio sgambato diventano risibili, perdono senso, spariscono nella voragine dell’ignoranza della storia reale, citate così, solo come introduzione insensata all’invito a ‘darla’.

Negli ultimi 25 anni, sin dai banchi di scuola, una parte ingente di giovani è cresciuta allevata in batteria al ritmo dei jingle della tv commerciale, avendo come esempi pupe e secchioni, amici e uomini e donne defilippiani che non azzeccano un congiuntivo, che rincorrono sogni di comparsate tv ben descritte nel film Ricordati di me, dove il compianto Taricone citava spietatamente se stesso.

Rocco Siffredi, mentore della attrice filosofa, è amato e ammirato da donne e uomini, pur se in modo diverso; non altrettanto si può dire delle sue partner. Molta parte del mondo maschile si masturba nel privato apprezzando le grazie muliebri, ma nel pubblico sempre e solo puttana resti, e difficilmente acquisti la rispettabilità, vitale per sopravvivere nella nostra società, finiti i fasti effimeri del corpo giovane, sodo e commercializzabile.

Il best seller I monologhi della vagina, della femminista (tutto fuorché legnosa) Eve Ensler è un inno contro la violenza sulle donne e sul mondo, lontanissimo dalle semplificazioni del ‘darla’: la bellezza della vita, che è relazione e scambio e fatica e emozione, non si può costringere in un solo verbo, in una semplificazione così routinaria. In fondo non sono le gambe aperte a fare scandalo: è il cervello chiuso, quello sì, che preoccupa.