Centrale di Fukushima Dai Ichi, 13 marzo, ore 4,13 di mattina. Terremoto e tsunami hanno già provocato la prima esplosione, se ne temono altre. Tutti i tentatitivi di ripristinare, in qualsiasi forma, il raffreddamento dei reattori sembrano fallire, uno dopo l’altro. La centrale sembra impazzita, c’è chi già parla di abbandonarla al suo destino, di evacuare. All’improvviso, la voce di Masao Yoshida, direttore della centrale, esce, forte ma rassicurante, dagli altoparlanti.

“Attenzione, appello urgente: chi è venuto oggi al lavoro con la sua macchina è pregato di consegnarne le chiavi all’ufficio personale. Abbiamo bisogno delle vostre batterie per far ripartire il sistema di raffreddamento. In attesa che arrivino quelle nuove, chiedo anche che vengano consegnate tutte le pile, di qualsiasi formato, in vostro possesso. Ci potrebbero servire. E siccome dobbiamo mandare qualcuno a comprarne di nuove in città, chiederei anche di volerci prestare del cash. Al momento, in cassa non ne abbiamo. Grazie per la collaborazione ”

Siamo in Giappone, terza economia del mondo, e terza “potenza” nucleare, per produzione di energia elettrica, dopo Usa e Francia. Un paese dove non solo i treni, ma anche gli autobus urbani spaccano il minuto e chi arriva tardi ad un appuntamento è considerato, oltre che un maleducato, uno sprovveduto.  Eppure, non fosse stato per questo improvviso quanto bizzarro appello di Yoshida, e per altre altre difficili decisioni da lui prese in quelle ore, compresa quella di disubbidire agli ordini dei suoi stessi capi che per timore di “rovinare irrimediabilmente” i reattori gli avevano imposto di sospendere il pompaggio di acqua salata, la catastrofe annunciata di Fukushima avrebbe assunto proporzioni ben maggiori di quelle, già gravissime, sinora note.

Sembra incredibile, ma migliaia di pagine di trascrizioni e testimonianze dirette rese nel corso delle varie audizioni parlamentari, se non hanno ancora provocato l’intervento della magistratura (così, a occhio, sembrerebbe che di elementi di reato ce ne siano abbastanza, a carico dei dirigenti della Tepco, ma nulla trapela dalle procure), hanno sicuramente messo in luce il lato sciatto dell’Impero. Dove l’apocalisse nucleare, potenzialmente innescata sin dal momento in cui è stato deciso di costruire centrali sulle faglie più ballerine del pianeta e di gestirle “al risparmio” tra inchini e mazzette, è stata evitata, oltre che dal caso,  grazie a dieci batterie di auto degli operai, messe in serie per raggiungere la potenza di 120 volts e far ripartire in extremis il sistema di depressurizzazione dei reattori consentendo il pompaggio di acqua marina con tubi normali, quelli in dotazione ai comuni pompieri. 

Il tutto perché i sistemi di raffreddamento di emergenza erano o saltati o non si riusciva ad avviarli per mancanza di energia, e le mille batterie di “riserva” che la Tepco aveva in fretta e furia ordinato alla Toshiba la sera prima tardavano ad arrivare: la Toshiba non riusciva a ottenere le necessarie autorizzazioni dalla polizia per percorrere l’autostrada, chiusa dal governo subito dopo il terremoto non tanto per i danni subiti, quanto per riservarne l’uso alle operazioni di emrgenza. Evidentemente il rischio di un gigantesco meltdown plenario non era considerate tale. Per non parlare dei manuali di istruzione introvabili, dei rifornimenti di carburante che non arrivavano e, neanche fossimo in Italia, decine di imprenditori, enti e Vip vari che intasavano i  centralini per chiedere, o pretendere, l’esenzione dai black out programmati.

Il tutto, sulle spalle del povero Yoshida.  Che non era certo uno stinco di santo. A suo tempo,  è giusto ricordarlo per evitare affrettate beatificazioni, aveva condiviso (facendone poi pubblica ammenda) con i suoi capi la criminale decisione di non rafforzare le protezioni anti-tsunami, come era stato “suggerito”, ma non imposto, dalla Commissione di Controllo e Sicurezza Nucleare. Insomma, un bello stress. Può non essere stato sufficiente a scatenare il cancro, ma certo non l’ha ostacolato.

E’ vero, al momento non ci sono prove per sostenere che il cancro che nel giro di due anni ha stroncato Masao Yoshida, l’”eroe” di Fukushima – come l’hanno definito la maggior parte dei media internazionali – sia stato causato dalle radiazioni subite durante l’incidente nucleare. Fino a quando non sarà resa nota la cartella, e questo lo potrà fare solo la sua famiglia, che immaginiamo in questi giorni di dolore sottoposta ad enormi pressioni sia da parte dei media che dei dirigenti della Tepco (la società elettrica per cui lavorava e che ieri, pochi minuti dopo la sua morte, si è affrettata ad escludere ogni collegamento) nessuno saprà mai se il povero Yoshida sia morto a causa dell’incidente, o per lo stile di vita al quale sono comunque costretti la maggior parte dei manager giapponesi, tra i quali il tumore all’esofago, per via delle interminabili “bevute” serali e dello spesso pessimo cibo che sono costretti a consumare,  è comunque tra i più diffusi.

Forse ha ragione l’ex premier Naoto Kan, che a differenza di quanto scrivono molti media nazionali e internazionali, di Masao Yoshida era amico personale (avevano frequentato la stessa università, l’Istituto Tecnologico di Tokyo e si erano “ritrovati” in assoluta sintonia durante le ore più terribili della crisi) e che ieri sera è stato tra i primi a rendergli omaggio pubblicamente, “Mi inchino davanti a un uomo saggio e coraggioso” ha twittato l’ex premier che i media locali, a suo tempo, avevano indicato, erroneamente, come colui che aveva ordinato di sospendere il disperato, quanto provvidenziale, tentativo di raffreddare i reattori con acqua marina. “Un uomo che ci insegnato che disubbidire agli ordini, a volte, è giusto e necessario”. Parole, queste sì, sacrosante. Sempre, e ovunque, da tener presenti.