Con la trovata di puntare direttamente alla pancia degli elettori, chiamandoli alla partecipazione diretta attraverso il referendum, pare che la presidente brasiliana Dilma Rousseff voglia smarcarsi dagli altri e dalla stessa immagine non certo candida della politica. I sondaggi post manifestazioni, hanno fornito dei risultati chiarissimi: tutti giù. I governatori dei principali Stati e i prefetti delle grandi città principalmente. Bersagli dell’indignazione popolare prima durante e dopo i giorni delle proteste. Così come la stessa Dilma. Unici a tenere, conservando un giudizio positivo presso la popolazione, sono stati l’ex presidente Ignacio ‘Lula’ da Silva, ritenuto dai concittadini simbolo della rinascita brasiliana, spartiacque tra il primo e il dopo, e il presidente del Supremo Tribunale Federale, Joaquim Barbosa, divenuto simbolo di legalità e giustizia, grazie alle pesanti condanni inflitte ai politici (in larga parte ministri dei governi Lula) coinvolti nello scandalo sulla corruzione del ‘mensalão’. I numeri forniti da Datafolha nei vari sondaggi, si sono tradotti così in un messaggio che la Rousseff pare aver capito fino in fondo.

I dati dell’economia brasiliana non sono quelli positivi precedenti alla sua elezione, e le contestazioni sono sempre maggiori. Sa bene Dilma che per ottenere la seconda candidatura, prima che l’elezione, dovrà superare molti ostacoli. E se quelli che le si pongono davanti provenienti dalla sinistra del Psol o dalla destra, non dovrebbero darle troppi pensieri, tutto diverso sarebbe doversi difendere dall’amico e mentore Lula. Quella dell’ex predecessore dell’attuale presidente, continua a essere una figura imponente, che potrebbe diventare un impiccio per i sogni di riconferma di Dilma. Nonostante non siano certo mancati gli scandali di corruzione e le critiche anche per lui, l’ex presidente continua a essere molto apprezzato dai propri concittadini che lo ritengono l’artefice dell’emancipazione del Paese. Non è un caso che in base ai sondaggi di Datafolha pubblicati nei giorni successivi alle manifestazioni, sia uscito come l’unico politico in grado di ottenere una maggioranza al primo turno. Chiamato in causa dopo la diffusione dei dati, seguendo il canovaccio di sempre, Lula ha detto di non essere intenzionato a ricandidarsi alla presidenza (le elezioni sono previste l’anno prossimo in autunno, ndr), e sottolineando di continuare ad appoggiare Dilma le cui risposte dopo le proteste ha giudicato perfette. Nonostante ciò da sempre politici, analisti e studiosi della politica lo hanno indicato come possibile concorrente. Soprattutto dopo aver superato, come pare, felicemente i postumi di un cancro che lo ha colpito lo scorso anno però, molti concordano nel dire che difficilmente riuscirà a tenersi fuori dai giochi per molto tempo.

Animale politico dotato di grande pragmatismo e concretezza, capace di passare dalla retorica sindacale agli accordi spregiudicati in campo internazionale, non ha mai realmente abbandonato le scene, pur scegliendo di defilarsi. E nel corso degli anni lontani dall’incarico presidenziale, ha continuato a tessere la tela dei rapporti internazionali. In particolare è stato attivissimo sul fronte africano, con velleità neo-coloniali mascherate da intenti filantropici, e sul quello americano dove ha continuato nell’azione di tira e molla con gli Stati Uniti. Da sempre Lula, molto attratto dalla possibilità di fare del Brasile una vera potenza globale e protagonista regionale in America Latina, ha sempre dato grande peso alle relazioni internazionali. E’ stato l’ex presidente ad aprire rappresentanze diplomatiche in tutti i paesi sudamericani, a siglare accordi con il Venezuela di Chavez e l’Iran di Ahmadinejad e a farsi portavoce della proposta di riforma del consiglio di sicurezza dell’Onu, da allargare a nuovi player. Interlocutore privilegiato con la Cina, negli ultimi mesi sta portando avanti un azione molto forte in africa, sia con una presenza nei fori internazionali, dove partecipa anche con la fondazione che porta il suo nome, sia a titolo personale. Consapevole di non dover abbandonare i rapporti cordiali con gli stati Uniti, ha ottenuto anche uno spazio come columnist per il New York Times. Seppure a margine, sempre presente nel dibattito politico interno, ripete da sempre che nonostante sondaggi e rumors, la sua posizione con cambia: sta con Dilma. La domanda di tutti è però: durerà?