Il disegno di legge ‘sulle semplificazioni’ varato dall’ultimo Consiglio dei Ministri prevede che le opere d’arte nei depositi dei musei italiani possano essere prestate a pagamento a musei stranieri che vogliano esporle (fino a venti anni) in spazi ‘dedicati alla cultura italiana’.

Noleggiare il patrimonio non è un’idea nuova: una analoga trovata era contenuta in un disegno di legge di un certo Domenico Scilipoti, e poi nei pensamenti dei famosi Saggi Maschi Anziani nominati da Napolitano. Prima ancora era una proposta dell’ultraliberista Istituto Bruno Leoni, nonché una bandiera del Giornale. E ci si chiede che idea abbiano tutti costoro della dignità e del prestigio dell’Italia, che si ridurrebbe ad escort della vita culturale internazionale.

L’idea è sbagliata perché i depositi dei musei non sono magazzini polverosi, ma una riserva (visitabile per tutti coloro che lo chiedano) che funziona come la cassa di espansione di un fiume: il museo si allarga e si contrae, ed è un unico campo di ricerca, che non si può smembrare a piacimento per decenni. Sarebbe come noleggiare, per anni, i volumi meno richiesti delle nostre biblioteche.

Ed è un’idea anche pericolosa, perché per la prima volta una norma di legge prevederebbe non una valorizzazione culturale (come impone il Codice dei beni culturali), ma una messa a reddito diretta del patrimonio: e di qui alla vendita il passo sarebbe quasi automatico, e giustificabile con gli stessi (pessimi) argomenti.

È poi facile immaginare che le stesse pressioni che oggi i direttori dei musei subiscono per prestare i ‘capolavori’ alle mostre, domani le subirebbero per periferizzarli nei depositi: e metterli così a disposizione dei noleggiatori. E, a quel punto, chi potrebbe resistere ai fondi sovrani dei paesi arabi, che si accingono a comprare l’Alitalia?

Dal ministero dei Beni culturali replicano che questa sarebbe solo una ‘facoltà’, e che i direttori dei musei potrebbero sempre opporsi. È un’obiezione curiosa: lo strapagato staff centrale del Mibac apre una falla confidando che venga chiusa dai sottopagati e umiliati direttori dei musei! Quegli stessi direttori che (insieme ai funzionari responsabili del territorio, vera trincea della tutela) una pessima circolare diramata proprio in questi giorni dal segretario generale del ministero, Antonia Pasqua Recchia, sottopone alla vessazione di una rotazione triennale che è il frutto avvelenato di una pedissequa applicazione di alcune norme internazionali per la prevenzione della corruzione.

La circolare rischia di stroncare ogni serio progetto di ricerca e divulgazione museale: e la motivazione appare pretestuosa, perché i musei italiani non sono (purtroppo) autonomi centri di spesa. Se proprio qualcuno deve essere a rischio di corruzione, si tratta semmai dei gradi superiori: i soprintendenti e i direttori regionali. E invece questa norma rischia di avere risultati paradossali: potrebbe dover ruotare Antonio Natali (che è lo specchiato direttore degli Uffizi dal 2006) e invece rimanere fermissima al suo posto Cristina Acidini (dallo stesso anno sua superiora diretta come soprintendente di Firenze), che è in attesa di giudizio alla Corte dei Conti per un danno erariale di 600.000, per aver fatto comprare allo Stato un Crocifisso ligneo implausibilmente attribuito a Michelangelo.

La verità è che i direttori di museo sono spesso gli ultimi argini che proteggono il patrimonio da una valorizzazione selvaggia: e invece di rafforzarne la dignità e l’autonomia (come da tempo sarebbe necessario), con questa assurda norma una parte della burocrazia centrale del Ministero sembra cercare una facile resa dei conti.

E in tutto questo che fa il ministro Massimo Bray, che tanta fiducia ha suscitato nei ranghi periferici della tutela, e nei cittadini che amano il patrimonio culturale? L’impressione è che non sia facile risalire la china di anni in cui i ministri dei Beni culturali sono stati soggiogati dai colleghi dell’Economia e dello Sviluppo (i quali si permettono di proporre per decreto modifiche al Codice dei Beni culturali), ma anche immobilizzati da una alta burocrazia interna che è ormai la vera guida del Mibac.

Bray si sta dedicando con passione ed energia a risolvere le singole, quotidiane emergenze partorite da un sistema al collasso. È riuscito ad arginare l’imperialismo della Protezione Civile, e ha rigettato l’ipotesi di cedere alla gestione dei privati con fini di lucro i monumenti economicamente improduttivi: ma non è riuscito a bloccare il noleggio ai musei stranieri, e ha potuto leggere la circolare sui direttori dei musei (approvata da Ornaghi) quando ormai era stata diramata.

Gli alti papaveri del Mibac (benevolissimi verso gli imbelli Bondi, Galan e Ornaghi) osteggiano e ora criticano apertamente Bray, perché è fin troppo evidente che ha davvero voglia di cambiare lo stato delle cose.

Ma se questa voglia non si trasforma velocemente in una visione precisa e coerente, e nella forza di attuarla, la maledizione dei Beni culturali rischia di colpire anche Bray. E se anche questi dovesse fallire, per il nostro povero patrimonio storico e artistico ci sarebbe ben poco da fare.