Come è noto, la stampa italiana non ha una gran confidenza con la storia dell’arte, a meno che non si tratti di pubblicare a caro prezzo la velina dell’ultima mostra blockbuster. Non c’è dunque da stupirsi, se in queste ore in cui la farsa grottesca del crocifisso ligneo cosiddetto ‘di Michelangelo’ entra nella fase finale (vale a dire il processo alla Corte dei Conti per alcuni degli attori del suo acquisto pubblico), le pagine dei quotidiani si vadano riempiendo delle più inverosimili balle.
Non potendo certo pretendere che chi firma articoli sulla questione perda tempo a leggere le centotrenta pagine del libro che ho dedicato a questa storia (A cosa serve Michelangelo?, Torino, Einaudi, 2011), ho pensato che rispondere alle dieci domande frequenti (Frequently asked questions) possa giovare.

1. Perché il Cristo comprato dallo Stato non è di Michelangelo?
Si legge di tutto, in questi giorni: il Cristo sarebbe una copia, un falso, un’opera di scuola. Niente di tutto questo: il Cristo è una scultura realizzata all’inizio del Cinquecento nella Firenze di Michelangelo. Ma non ha nulla a che fare con lui: non ha né lo stile né la somma qualità dell’opera del Buonarroti. È invece stata prodotta in una prolifica bottega di artigiani del legno, e conosciamo a tutt’oggi una ventina di pezzi usciti dalla stessa bottega, alcuni proprio della stessa mano. Una delle imperdonabili colpe del Mibac è stata proprio quella di non riunire in una mostra tutti questi pezzi, permettendo a tutti di farsi un giudizio.

Non sappiamo esattamente quale fosse il titolare di questa bottega: Stella Rudolph ha, per esempio, proposto di identificarlo con Leonardo del Tasso.

Come ha scritto Francesco Caglioti (tra i massimi esperti della scultura rinascimentale): «il Crocifisso appena acquisito dallo Stato non trova rispondenza né in quello di Santo Spirito né in altri lavori di Michelangelo, esso mostra invece somiglianze davvero eloquenti con un’altra decina di Crocifissi ugualmente lignei e piccoli, di solito classificati, per intesa pacifica di tutti, come opere fiorentine anonime del 1500-10 circa. Tali Crocifissi erano in parte ben noti già nel 2004 (io stesso ne avevo segnalato alcuni al venditore), ma la Sovrintendenza di Firenze adottò la curiosa scelta di non presentarne neanche uno alla mostra del Museo Horne. Ci si limitò a schedarli nel catalogo di accompagnamento, riservato a pochi occhi, mentre al grande pubblico fu concesso di osservare il Crocifisso privato a contrasto con due altri Crocifissi lignei fiorentini di dimensioni analoghe ma di tutt’altro stile (uno dei due appartenente o appartenuto – guarda un po’ – allo stesso antiquario torinese). Fu scelto, insomma, di rimuovere ogni paragone imbarazzante e di presentare la nuova scultura alla stregua di un capolavoro assoluto e irrelato».

È importante notare che, ancora alla data di oggi, gli unici storici dell’arte che si sono pronunciati per l’attribuzione a Michelangelo dell’opera sono quelli direttamente coinvolti, a vario titolo, nella pubblicazione (legittimamente) sovvenzionata dall’antiquario. In altre parole, nessun esperto terzo e indipendente sostiene che l’opera comprata dallo Stato sia del Buonarroti. Sarà dunque assai interessante seguire le deposizioni degli storici dell’arte durante il processo.

2. Cosa c’entra la Corte dei Conti con la storia dell’arte?
Sulla «Repubblica» del 18 febbraio, Antonio Paolucci ha dichiarato di non vedere «come un giudice contabile possa esprimersi su un’analisi storico-artistica». Apprendiamo così che per l’ex Ministro dei Beni culturali non esistono procedure, pareri tecnici sindacabili, consulenze terze: padrone in casa propria, perché la storia dell’arte è zona franca. Tutto questo, nei fatti, è stato fin troppo vero. Per decenni il chiuso, intoccabile mondo degli storici dell’arte si è sentito, ed è stato, letteralmente irresponsabile. Ma, naturalmente, la legge dice il contrario, e la Corte dei Conti ha ora la possibilità di affermare che non esistono zone franche dalla responsabilità verso i cittadini e i loro denari.

È importante capire che la Corte non dovrà decidere se quell’opera è o non è di Michelangelo, ma se i funzionari dello Stato hanno agito in scienza e coscienza per accertarlo (per esempio, chiedendo e acquisendo pareri autorevoli e terzi sull’autografia e sul vero valore dell’opera), o se invece c’è stata una colpa, magari grave o gravissima.

È accertato che pochi anni fa il Cristo fu comprato negli Stati Uniti per l’equivalente di diecimila euro: è normale che lo Stato lo acquisti poco dopo per 3.250.000 euro? Domanda urgentissima, in un momento in cui – per dirne una – la Pinacoteca di Brera non riesce a pagare il conto dell’energia elettrica (equivalente, per un anno, ad un ottavo di ciò che è stato pagato il cosiddetto ‘Michelangelo’).

3. Quali sono le responsabilità del Comitato tecnico scientifico storico-artistico del Mibac?
In queste ore Sandro Bondi è riemerso dalle nebbie per dirne una delle sue: il Cristo lo comprò lui – dice – ma per il «parere vincolante del Comitato consultivo»: certo, se una ha creduto alla nipote di Mubarak, può anche credere alla categoria metafisica del «consultivo vincolante».
Ma il tentativo è chiarissimo: scaricare le colpe sui tecnici veri, i quattro storici dell’arte del comitato. La tattica appare un po’ troppo comoda. Negli ultimi mesi lo stesso comitato composto dalle stesse persone ha, per esempio, espresso parere negativo sulla spedizione a Mosca di un Giotto (dove è andato a ‘impreziosire’ un assurdo inciucio di prelati assortiti) e di un importantissimo Caravaggio: ebbene, in entrambi casi il direttore generale ha spedito le opere in Russia, in barba a quel parere. Non si può dunque sostenere che quando il Comitato dice di non mettere a repentaglio Giotto il Ministero se ne può fregare, ma se dice di comprare una patacca, ebbene quel parere è vincolante. Non conosco i meccanismi del processo contabile, ma riterrei bizzarro che, alla fine, ai quattro storici dell’arte si chiedesse di restituire la stessa cifra chiesta all’allora direttore generale, o alla soprintendente di Firenze: chi dà un parere consultivo non può esser ritenuto responsabile come chi firma il decreto, o chi certifica la congruità del prezzo.
Ciò detto, quando la Corte dei Conti dice che Marisa Dalai Emiliani, Carlo Bertelli, Caterina Bon Valsassina e Orietta Rossi Pinelli hanno «abdicato alla propria posizione di garanzia circa la correttezza dell’acquisto ministeriale», ha naturalmente ragione. Anzi, l’abdicazione è stata anche più larga: un’abdicazione alle ragioni della storia dell’arte, e più in generale della scienza, visto che hanno prevalso quelle «dell’autorevolezza dei colleghi», e cioè della logica di casta.

Per ben tre volte il Comitato è stato chiamato a vagliare la proposta d’acquisto al fine di consigliare il ministro circa l’attendibilità dell’attribuzione, e circa il prezzo da proporre al venditore. Poiché tra i quattro membri non figurava né un michelangiolista né uno specialista di scultura rinascimentale sarebbe stato ovvio, perfino banale, aspettarsi una nutrita serie di formali consultazioni di esperti italiani e stranieri, riconosciuti e indipendenti. E invece il Comitato non fece niente di tutto questo. In ossequio alla chiara fama dei colleghi che vi avevano scritto (potere della consorteria accademica!), decise di acquisire come unica relazione scientifica il catalogo pubblicato a spese dell’antiquario nel 2004. Così, l’unico organo composto da storici dell’arte chiamato ad esprimersi ufficialmente sull’acquisto del ‘Michelangelo’ risolse la sua alta consulenza nella segnalazione dell’unica voce bibliografica disponibile: e viene da chiedersi se per far questo non sarebbe bastato un bibliotecario, o anche un libraio aggiornato. E, anzi, nemmeno questo adempimento notarile fu svolto impeccabilmente, giacché, di fatto, esso censurò l’importante e autorevole parere negativo di Margrit Lisner.
Nel far ciò, il comitato – forse perché composto in gran parte da storici dell’arte che non fanno attribuzioni – mostrò una deferenza più fideistica che scientifica verso il principio di autorità: poiché i colleghi che hanno scritto sono autorevoli, il loro parere è sufficiente. Al contrario, se anche questi illustri colleghi avessero pubblicato sulla più indipendente delle riviste, sarebbe stato comunque necessario che il comitato si rivolgesse ad esperti terzi, cioè a studiosi che non avevano impegnato il proprio nome e la propria reputazione nell’attribuzione da valutare.

Quando poi si ricordi che il catalogo del 2004 è niente di più che una articolata perizia a più voci pagata dal venditore (e non priva di parecchie mende scientifiche), non si può che rimanere sbalorditi: consigliare al ministro di acquistare l’opera basandosi su quel testo e sull’audizione della proponente è stato esattamente come se un comitato del Ministero della Sanità avesse messo in circolazione un nuovo farmaco basandosi sulla letteratura finanziata dalla casa produttrice di quel farmaco, e sull’audizione di chi ne proponeva l’adozione.

Anche nel loro caso, tuttavia, ‘dimission impossible’: salvo Orietta Rossi Pinelli (dimessasi qualche settimana fa), sono ancora tutti al loro posto a vagliare allegramente gli acquisti del Mibac. E se, almeno, Caterina Bon ha accettato un pubblico dibattito sul caso Michelangelo, Marisa Dalai Emiliani ha invece accusato di lesa maestà chiunque le muovesse una critica. Ma se la professoressa si è rifiutata di discutere della cosa con la Consulta degli storici dell’arte universitari (quelli che in teoria rappresenterebbe in seno al comitato), ora le sarà più difficile trattare con sdegnosa sufficienza i giudici della Corte dei Conti che la stanno per processare.

4. Quali sono le responsabilità di Cristina Acidini, soprintendente di Firenze?
Molte, e assai pesanti. La prima e più importante è stata quella di aver proposto (con una lettera ufficiale spedita all’allora ministro Rutelli il 25 luglio 2007) l’acquisto pubblico del Cristo. La seconda è quella di aver perorato la causa dell’acquisto in seno al Comitato tecnico-scientifico (ai cui membri riferì di«conferme sulla scultura emerse nel recente convegno fiorentino dedicato a Michelangelo»: conferme poi irrintracciabili), anche come autrice di un libro su Michelangelo. La terza – rilevantissima –  è quella di aver dichiarato (il 14 novembre 2008) formalmente la congruità del prezzo richiesto (che più incongruo non poteva essere). E una delle cose che il processo aiuterà a capire è come questi tre ruoli potessero stare insieme senza macroscopici conflitti di interesse.

Anche Cristina Acidini si è sempre rifiutata di accettare un confronto pubblico sul Cristo ‘di’ Michelangelo e sulle modalità del suo acquisto. La soprintendente ha preferito buttarla in politica, sostenendo che si trattava di accuse politiche della ‘sinistra’ contro Bondi. In effetti, l’unico giornalista che l’ha indefessamente sostenuta è stato Marco Ferri (del «Giornale della Toscana»), il quale ha addirittura pubblicato un libro, con il Cristino in copertina, zeppo di errori ma zelantissimo nella difesa dell’Acidini. La quale avrà tanti difetti, ma non è un’ingrata: da qualche giorno ha nominato Ferri suo portavoce, facendoselo pagare da Opera Laboratori Fiorentini (la controllata di Civita concessionaria dei servizi aggiuntivi del Polo Museale diretto dall’Acidini stessa: alla faccia dei conflitti di interesse).

Ma, soprattutto, la macroscopica e oggettiva responsabilità dell’Acidini è quella di aver sequestrato in cassaforte il Cristino per ben due anni. La ragione di questa clamorosa decisione è stata la paura di polemiche: ma la paura è notoriamente una pessima consigliera. Se l’Acidini fosse davvero convinta di aver comprato un Michelangelo, perché non esporlo in un museo? Chi comprerebbe un tesoro per tenerlo nascosto? E se occultare il corpo del reato fa aumentare i sospetti, negare ai cittadini la vista di un’opera acquistata coi loro soldi non fa che aumentare il danno erariale.

5. Quali sono le responsabilità dell’attuale Sottosegretario ai Beni Culturali, Roberto Cecchi?
Il vero motore decisionale dell’acquisto del ‘Michelangelo’ è stato l’allora direttore generale Roberto Cecchi. È stato lui a imprimere la svolta risolutiva ad una pratica che avrebbe potuto essere archiviata; è stato lui a fissare il prezzo, decidendo di sottrarre oltre tre milioni di euro ad un bilancio già ridotto all’osso; è stato (soprattutto) lui a firmare il decreto di approvazione del contratto di acquisto (l’atto ufficiale e decisivo di tutta la vicenda); è stato lui a difendere vibratamente l’acquisto, firmando il memoriale di risposta all’interrogazione parlamentare. Insomma, la sua presenza negli studi del Tg1 (il 21 dicembre 2008, edizione delle 20) accanto al ministro e alla scultura stessa ha tradotto in immagine un ruolo effettivo.

Se a Cecchi è andata la gloria, sempre a lui si dovrebbe imputare anche la responsabilità di aver condotto la faccenda in un modo che ha aperto le porte alle polemiche (che, alla fine, hanno guastato su scala planetaria la festa michelangiolesca), e soprattutto alle indagini della Corte dei Conti e della Procura di Roma. Il direttore generale, infatti, ha accettato come oggettiva la perizia del venditore (il catalogo del 2004, sdoganato dal parere notarile del Comitato tecnico scientifico), senza coprirsi le spalle con lo straccio di uno studio indipendente; non è riuscito a farsi dire da dove venisse davvero il pezzo (finendo così a girare al pubblico del Tg1 la leggenda della «derivazione fiorentina»); non si è preoccupato di indagare sul perché l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze avesse rinunciato all’opera; ha permesso che a certificare il prezzo fosse la stessa funzionaria che aveva proposto l’acquisto, creando così un macroscopico caso di conflitto di interesse. E, soprattutto, non si è chiesto perché un vero Michelangelo rimanesse per anni a disposizione, ed anzi fosse finito ai saldi, facendosi comprare per un sesto della (già stracciatissima) richiesta iniziale. Ora, in qualsiasi paese civile (financo nello Zimbabwe, avrebbe detto il mitico Mauro Masi) un funzionario che copre di ridicolo il suo Ministero e il suo ministro viene gentilmente invitato a passare ad altro incarico. In Italia, invece, viene promosso al ruolo di onnipotente Segretario generale del medesimo Ministero, e poi fatto sottosegretario in quanto supertecnico in un immacolato governo di tecnici. Salvo comportarsi come il peggior politico berlusconiano, insinuando (grazie ad un compiacente Paolo Conti, sul Corsera del 19 febbraio) che il suo ‘rinvio a giudizio’ presso la Corte dei Conti farebbe parte di una ‘macchinazione’. Nientemeno! Le toghe rosse vogliono abbeverare i loro cavilli nelle cristalline fontane del Mibac!

6. Quali sono le responsabilità dell’ex Ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi?
L’assetto giuridico sottrae in questo caso il ministro in carica al momento dell’acquisto ad ogni responsabilità contabile. Ma Sandro Bondi ha messo con eccezionale entusiasmo la propria faccia nell’operazione e ha strumentalizzato senza ritegno il nome di Michelangelo e l’iconografia sacra dell’opera. Ciò che, poi, si deve attribuire interamente a Bondi e alla sua appartenenza politica è l’eccezionale amplificazione, anzi la vera e propria trasfigurazione mediatica del nuovo ‘Michelangelo’. Da questo punto di vista, la vicenda ha rappresentato una esemplare applicazione alla storia dell’arte di uno dei principi cardine del berlusconismo: la fede illimitata nel marketing della comunicazione.

La brevissima prefazione di Bondi al catalogo pubblicato in occasione dell’ostensione del Cristo a Montecitorio, è identica al comunicato stampa con il quale il ministro aveva annunciato e commentato l’acquisto il 12 dicembre 2008, e individua con chiarezza i due poli tra i quali si sarebbe poi mossa la macchina della propaganda: il nome sommo di Michelangelo e la somma sacralità del tema del Crocifisso. Sul primo punto, il ministro scrive: «In un momento delicato e di crisi come quello che stiamo attraversando, è fondamentale dedicare le poche risorse disponibili a progetti e iniziative che abbiano un significato così alto che possiamo consegnare alle generazioni future». È un concetto chiave per comprendere non solo la genesi dell’acquisto del ‘Michelangelo’, ma anche l’intera visione di Bondi: ed è difficile immaginare un concetto altrettanto intrinsecamente sbagliato. Innanzitutto, esso sancisce una resa incondizionata e senza speranze verso lo scellerato prosciugamento del bilancio dei Beni Culturali, che proprio sotto il quarto governo Berlusconi è arrivato a record inimmaginabili.

È in questo contesto che Bondi arrivò a teorizzare che la risposta a un simile disastro potesse essere la concentrazione delle poche energie residue su opere ed eventi tanto celebri e illustri da assurgere ad un rango simbolico. Un’idea grave non solo perché rivela che l’acquisto del Crocifisso ‘di Michelangelo’ è stato pensato come una foglia di fico enfaticamente posta sull’enorme vergogna dell’abbandono della tutela perpetrato dal governo (da tutti i governi recenti, di destra o di sinistra). Essa è ancor più grave per il valore profondamente diseducativo che rischia di avere su un’opinione pubblica già pericolosamente esposta al rischio di una desertificazione culturale che lascia vivi (ma a questo punto vuoti e muti) solo i nomi di Michelangelo e Leonardo, di Caravaggio e Van Gogh.

7. Cosa c’entra in questa storia Antonio Paolucci?
Moltissimo, quasi tutto: anche se l’attuale direttore dei Musei Vaticani non ha avuto responsabilità burocratiche (e dunque eviterà il processo alla Corte dei Conti), è lui il regista e il motore immobile dell’acquisto pubblico dell’opera. Come Soprintendente di Firenze, nel 2004 egli ‘lanciò’ la scultura ospitandola presso il Museo Horne in una mostra che la presentava, senza se e senza ma, come un Michelangelo e il cui catalogo (da lui sdoganato con una prefazione istituzionale) era di fatto una perizia pagata dall’antiquario che possedeva il pezzo. E quel catalogo (in cui egli stesso sposava l’attribuzione) divenne poi decisivo per l’acquisto pubblico dell’opera.

Il 6 agosto 2007 Paolucci scrisse all’allora ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli consigliandogli «di prendere in seria considerazione l’acquisto» dell’opera, che giudicava «di superba qualità e straordinario interesse». In seguito, e fino a questi giorni, Paolucci ha difeso a spada tratta l’acquisto e la sua pupilla, e successora a Firenze, Cristina Acidini.

8. Cosa c’entra in questa storia Federico Zeri?
Probabilmente niente. Zeri è stato tirato in ballo esattamente dieci anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1998. Un articolo di Antonio Paolucci apparso sull’«Osservatore Romano» del 16 dicembre 2008 enfatizzava la presunta eccezionalità dell’opera con un titolo audace fino alla blasfemia: “Se non è Michelangelo è Dio”. La frase era tra virgolette perché attribuita proprio a Federico Zeri: ma Paolucci l’aveva ricavata da un articolo del «Giornale dell’arte» del maggio precedente dello stesso 2008, che non cita né fonte né testimoni. Dunque, una patacca nella patacca.

9. Cosa c’entra in questa storia Salvatore Settis?
Evidentemente non avendo migliori argomenti di autodifesa, Roberto Cecchi sta cercando di appollaiarsi sulle spalle dei ‘padri della patria’ della storia dell’arte: in un’intervista al Corriere della Sera (19 febbraio 2012) ha ripetuto il mantra di Zeri, e ha tirato fuori dal cassetto una email di Settis del novembre 2008, in cui l’allora presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali definiva «ottima» la decisione di acquistare un Michelangelo.

Nella sua replica (Corsera del 20 febbraio), Settis ha chiarito che questa «è una citazione irrilevante. Durante la mia presidenza il Consiglio Superiore non ha mai, neppure per un secondo, parlato del Crocifisso (lo fece invece il Comitato di Settore per la Storia dell’arte): è dunque evidente che non posso aver parlato in nome del Consiglio. Né posso aver fatto attribuzioni, e non solo perché non sono un esperto di scultura del tardo Quattrocento, ma perché non ho mai visto (ad oggi) quel crocifisso, e non ho l’abitudine di esprimere pareri senza aver visto. La verità è molto più semplice, anzi banale; e ringrazio Cecchi per aver citato la data dalle mia email (18 novembre 2008), che aiuta a ricostruire il contesto.

Era allora in corso un durissimo scontro con l’allora ministro Bondi: egli tacque quando il bilancio del suo ministero subì un taglio pesantissimo di oltre un miliardo, ma si agitò quando io ne scrissi sul Sole-24 ore del 24 luglio 2008; il sottosegretario Giro ed altri mi invitarono allora alle dimissioni, che Bondi respinse. Ma la gravità della situazione mi spinse a intervenire ripetutamente nei mesi successivi, con alcuni articoli su Repubblica, uno su Die Welt e numerose interviste, in Italia e fuori. […] È in questo clima polemico che Cecchi, senza darmi particolari né sulle procedure né sul prezzo, mi chiese “abbiamo i soldi per comprare un probabile Michelangelo, che ne pensi?”. In quel contesto, c’era un solo senso possibile: verificare se avrei criticato il Ministero, magari sui giornali, perché, in tempi di magra, non destinava quei soldi altrimenti. E la mia risposta aveva un solo senso possibile: la convinzione che, anche in tempi di magra, un buon acquisto  può essere un segnale positivo. Nessuna implicazione di tipo istituzionale, né tanto meno attributivo. Non potevo allora immaginare gli inquietanti retroscena che avrebbe più tardi rivelato Tomaso Montanari nel suo A cosa serve Michelangelo?».

10. Perché questa è una storia davvero importante?
La vicenda del finto Michelangelo acquistato dal governo Berlusconi è una metafora perfetta del destino dell’arte del passato nella società italiana contemporanea: raccontarla significa parlare del potere del mercato, dell’inadeguatezza degli storici dell’arte, della cinica manipolazione dei politici e delle gerarchie ecclesiastiche, del sistema delle mostre, del miope opportunismo dell’università e della complice superficialità dei mezzi di comunicazione. La storia del finto Michelangelo insegna che l’amore per l’arte può essere distorto e strumentalizzato fino a diventare un potente vettore di diseducazione, imbarbarimento e mistificazione.

Se vogliamo che Michelangelo non serva solo agli interessi di un pugno di cinici registi del pubblico intrattenimento, ma torni ad essere necessario alla vita interiore di ciascuno di noi, dobbiamo ricominciare a raccontare la storia dell’arte. Quella vera.

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