Per capire dove siamo bisogna guardare la puntata di “Bersaglio mobile” con Bisignani, su La7. Il personaggio ha ancora un seduttivo sorriso da passaporto molto anni Ottanta. E si può capire perché. Assiso sul suo tronetto ha risposto apparentemente a tutte le domande. Unico indizio tensivo le perline di sudore sul mento, tipiche dello sforzo di tessitura diagonale dell’uomo di relazione. Non ha tralasciato di essere reticente su nessun argomento.

Ha raccontato tutto senza dire nulla, come da copione. Innanzitutto aveva accanto l’implacabile stopper Ferrara che chiamava tutti in correità come sempre, ma stavolta con speciale ardore. Difficile giocare con un giocatore falloso e un arbitro incerto. Mentana infatti era teso ed impaurito da echi montezemoliani e bernabeici, Madron era in panchina, in comprensibile sindrome di Stoccolma da intervistatore. Le vere domande le hanno poste Damilano e Gomez.

Luigi BisignaniE le uniche difficoltà Bisignani le ha mostrate parlando del figlio alla Ferrari, innominabile garanzia serena per tutti di perpetuazione della specie faccendiera. La famiglia non si tocca. “Ho maneggiato merda tutta la vita perché lui e i vostri figli avessero un futuro”, questo era il suo sottotesto. Apparentemente potevano sembrare una serie di temi scollegati o difficili da districare. In realtà invece da quel programma pieno di nomi e date si poteva uscire con un paio di verità incontrovertibili.

La prima è che non c’è stata alcuna cesura tra Prima e Seconda Repubblica. Il cambiamento della politica è stata solo una crosta sotto al quale nomi e interessi si sono mantenuti immutati. La seconda è che questa élite è decisamente trasversale. Bazoli e Geronzi, con la benedizione dello Ior, hanno suggellato con il loro affettuoso sodalizio democristiano questi decenni, nominando direttori e promuovendo politici. Di destra e di sinistra. De Benedetti li ha felicemente definiti “non-banchieri” e “power brokers”, i veri insider leader di questi decenni. “Il nome dei banchieri non si dice” ha annunciato, come insegna il catechismo del potere, il nostro Bisignani.

Tutto il resto, apparenti divisioni politiche, opposti programmi culturali ed economici sono stati rappresentazione scenica. Il populismo berlusconiano non ha intaccato un millimetro di questo humus e neanche il melmoso riformismo a sinistra. Le oligarchie sono rimaste uguali a se stesse, dall’89 al 2013. L’immobilità non è una sensazione ma un dato di fatto prima economico e poi politico. Siamo ancora qui a risolvere i problemi di prima della caduta del muro di Berlino. Ma anche del muro della Bastiglia. I nostri problemi come sappiamo hanno radici di antico regime che affondano nell’aristocrazia finanziaria e in un popolo di “clientes” implorante prebende. Forse però paradossalmente il fatto che ora Bisignani abbia bisogno di esporsi in tv può essere il segnale di qualche movimento ad un livello insperato di questo sistema.