Ciminiere spente, capannoni col cartello “affittasi” e pochi camion su via Fratelli Bandiera, oggi deserta ma un tempo strada maestra della grande chimica nazionale. Sono scomparse quelle figurine di donne e uomini che uscivano a gruppi dai cancelli della zona industriale e dalle fabbrichette del Nord-Est, ridotti a fantasmi quegli operosi lavoratori che hanno trasformato la geografia di un’intera regione nel distretto petrolchimico italiano.

Tutto appare più chiaro e fatale se si guarda la crisi da Porto Marghera, dove il fronte di lotta dell’operaio e del pensionato è ormai tra il mangiare e il masticare. La drammaticità di una condizione di sopravvivenza collettiva si tocca direttamente con mano in via Varè, a due passi dal polo industriale in agonia. Al civico sei, in un ex centro di salute mentale dell’Ulss, Emergency ha aperto nel 2010 un poliambulatorio che offre gratuitamente assistenza sanitaria di base e specialistica a chiunque ne abbia bisogno ma non può permettersela. Ci vanno molti immigrati – regolari e non – che non conoscono i propri diritti, stentano a muoversi tra la burocrazia sanitaria o non riescono a farsi capire dai medici per questioni linguistiche. Tanti senegalesi, rumeni, moldavi e cingalesi. Ma non è più “roba de foresti”, come dicono da queste parti.

Lo schedario delle accettazioni rivela proprio l’esatto contrario: sono oltre 600 gli italiani che in due anni e mezzo hanno chiesto cure mediche gratuite. Un paziente su cinque è di nazionalità italiana , “ormai la prima per numero di ingressi”, conferma la coordinatrice del centro, Nadia Zanotti. Una realtà impossibile da immaginare solo qualche tempo fa, quando il mito del Nord-Est che si rimbocca le maniche riecheggiava in tv. “Il bacino del bisogno è enorme. Non sono solo indigenti ma tanta gente che apparteneva alle classi medie, pensionati e disoccupati che non riescono più a pagare il ticket, la visita specialistica o anche un analgesico”.

Il registro degli accessi al poliambulatorio è la controprova contabile alle allarmanti stime del Censis secondo cui un italiano su cinque non accede più a cure mediche per ragioni economiche. Erano 9 milioni un anno fa, oggi sono 12 milioni. E il rischio è che sia soltanto l’inizio, la certezza è che possa accadere ovunque. Per questo nel 2005 la Ong di Gino Strada ha rivolto lo sguardo all’Italia, nella convinzione che anche nel Paese dei “ristoranti pieni”, come qualcuno sosteneva, la povertà stesse apparecchiando uno scenario di guerra, con vittime e feriti da soccorrere. E che il diritto costituzionale alla gratuità delle cure agli indigenti non fosse più scontato per nessuno, italiani compresi. Con la campagna “Programma Italia” Emergency ha messo in campo le contromisure: nel 2006 un poliambulatorio a Palermo, nel 2010 a Porto Marghera, nel 2012 i polibus a Rosarno e nelle zone terremotate e uno sportello di orientamento socio-sanitario a Sassari. Altri due centri apriranno presto a Napoli e Polistena (RC).

Perché Marghera è chiaro, basta guardarsi attorno. Crocevia di forti immigrazioni, è anche un fronte del lavoro perduto senza tracce di redenzione. “Dai quei cancelli – indica Riccardo Colletti della Filctem Cgil – passavano 35mila operai, oggi solo cinquemila. Il tasso di disoccupazione è stabilmente al 20%, il doppio della media della regione. Tanti se sono andati, quelli rimasti chiedono aiuto soltanto dopo aver oltrepassato la linea della disperazione”. Sono i figli della promessa statale degli anni Cinquanta che aveva messo il freno alla grande emigrazione del popolo veneto verso altri continenti.

Quel sogno, restare e produrre, è finito da decenni. Il colosso chimico ancora si sgretola e si ritira, scoprendo nuove aree da bonificare. Gli imprenditori delocalizzano le ultime produzioni e affittano le aree alla logistica. È con questa dimensione di necrologia industriale che convivono i 17mila residenti di Marghera, mentre la politica è inerte e afona difronte al vuoto che si spalanca, alza gli occhi al cielo, s’azzuffa sulla Torre Cardin a 250 metri da terra. Non c’è un piano o un ponte per garantire un epilogo diverso a questa storia molto italiana, che tante sorelle ha per lo Stivale, a partire da Taranto.

I suoi fantasmi si materializzano al poliambulatorio che dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18, spalanca le porte ai bisognosi di cure con sei dipendenti e 80 tra medici e infermieri volontari. “Oltre agli immigrati vengono qui a cercare aiuto tanti ex operai del chimico, nuovi disoccupati, cassintegrati e pensionati che non ce la fanno”, spiega il direttore sanitario Franco Osti. “Alcuni non hanno soldi per il ticket, per il farmaco o la visita specialistica. Il problema più sentito dagli italiani è senz’altro relativo alle cure odontoiatriche”. I pazienti, anche quelli esentati dal ticket per motivi di reddito, devono infatti pagare un contributo salato per le protesi dentarie. “Circa 250 euro per arcata, fino a 700 euro per l’impianto completo. Disoccupati e pensionati questi soldi non li hanno, perché se hai un’esenzione da reddito sotto gli 8mila euro, vuol dire che ogni mese ricevi uno stipendio o una pensione da 600. Noi forniamo tutto gratuitamente e con cure di qualità. Le richieste sono tantissime, stiamo cercando disperatamente altri dentisti volontari per soddisfarle tutte e coprire l’intera settimana”.

I denti e le ultime certezze qualcuno li ha infranti non in fabbrica ma nel paradiso dei souvenir per turisti che sembrava galleggiare sopra la crisi globale. Anche a Murano, invece, son sbarcati i cinesi. Magari non sanno l’arte antica della levata e della strozzatura , ma importano perfette riproduzioni che rivendono a prezzi imbattibili. Paolo R., mastro vetraio di 50 anni, tre anni fa ha chiuso il laboratorio e lasciato l’isola per cercar fortuna sulle prime colline del Veneto. E non l’ha trovata neppure lì. “È arrivato disperato – racconta Marta, mediatrice del centro – non aveva lavoro, casa e neppure la tessera sanitaria. La sua bocca era devastata, parlava a stento e la copriva continuamente con le mani per la vergogna”. Uscirà qualche mese dopo con una protesi ortodontica che non avrebbe mai potuto pagare di tasca sua. Stesso discorso per quelle oculistiche, troppo costose. “Tanti ne fanno a meno fino a che son costretti a chiedere aiuto”. Il centro ha anche ambulatori di medicina generale, ostetricia e ginecologia, pediatria da zero a 14 anni e un servizio di orientamento socio-sanitario. Gli anziani sono l’altra utenza importante. “La pensione che hanno non basta per le cure. Si sentono fragili, soli. C’è una coppietta che viene da Treviso, dolcissimi e di grande dignità. Ora stiamo pensando noi a come spingerci oltre Marghera per capire fino in fondo dove ci sta portando la crisi e come dobbiamo rispondere”.

Aldilà della ferrovia di Mestre si spalanca infatti la grande provincia veneta, dove il disagio si diluisce nello spazio e nascondendosi si radica. A giorni dall’ambulatorio partirà una perlustrazione nei distretti di Treviso, Padova e Venezia con studenti della Ca’ Foscari per mappare i bisogni, portare informazioni su esenzioni e servizi essenziali, anche agli italiani che non li possono più dare per scontati.

Non è facile riaffermare il diritto alle cure. Neppure per gli operatori di Emergency. All’apertura del presidio di Porto Marghera non sono mancate resistenze e polemiche. Qualche fervente leghista ha pure tentato di cavalcare l’allarme clandestini, salvo poi scoprire che il primo paziente del centro era stato proprio un cittadino italiano. La stessa Ulss si è mostrata a lungo sospettosa: nonostante un accordo siglato in Regione ha impiegato due anni a fornire alla Ong il ricettario rosso dei farmaci di prima fascia. La situazione si è sbloccata solo a marzo. “Nel frattempo abbiamo provveduto a nostre spese”, precisa il direttore Osti. “C’era il timore che facessimo concorrenza al pubblico, ma noi lavoriamo in modo complementare al Ssn cercando d’intercettare i bisogni prima che esplodano come urgenze nei pronti soccorso. È la salute non gestita ad affossare i bilanci delle aziende sanitarie. Questo aspetto, credo, dovrebbe interessare tutti gli italiani, anche quelli che pensano d’esser lontani dal fronte”. E in un pomeriggio scoprono che, forse, l’hanno superato da un pezzo.

Da Il Fatto Quotidiano del 10 giugno 2013