E ora è caccia alla talpa. Mentre le rivelazioni sui programmi di intercettazioni gestiti dalla National Security Agency continuano – ieri è stato pubblicato l’ultimo dossier, quello sulle cyberguerre predisposte dal governo USA – a Washington ci si fa soprattutto una domanda. Chi ha passato a Guardian e a Washington Post i rapporti riservati? Chi c’è dietro questa fuga di notizie che colpisce una struttura, la National Security Agency – che sino a qualche giorno fa veniva considerata la più segreta e impenetrabile tra le agenzie di spionaggio al mondo?

Che l’amministrazione USA sia rimasta particolarmente scossa dalla fuga di notizie è un dato di fatto. Il clamore, nazionale e internazionale, assunto dalla vicenda ha pochi confronti con episodi passati del governo di Obama. La storia delle intercettazioni degli utenti di Verizon, AT&T, Sprint, Google e Facebook arriva tra l’altro in un momento particolarmente delicato, con Obama impegnato a incontrare il presidente cinese Xi Jinping – il tema dei cyberattacchi è una delle questioni aperte – e con il principe dei “whisleblowers”, delle talpe, Bradley Manning, impegnato a difendersi davanti a una Corte marziale in Maryland.

Obama ieri ha rivendicato la “legalità e i limiti” dei programmi di intercettazione gestiti dalla sua amministrazione, ma è comunque parso imbarazzato, sulla difensiva, conscio probabilmente che quello che difende oggi è ciò che riteneva “incostituzionale” prima di diventare presidente: e cioè il governo federale che “spia” indiscriminatamente le vite di milioni di americani.

Ieri un funzionario rimasto anonimo dell’amministrazione ha detto a ABC che il responsabile delle fughe di notizie di questi giorni “non è per nulla un eroe. Si tratta di un atto completamente incauto e illegale. E’ ancor più che non autorizzato”. Non è comunque un caso che, sino a ora, l’amministrazione non abbia espresso platealmente la propria volontà di perseguire il colpevole – o i colpevoli.

Troppi sono gli episodi recenti in cui la Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia si sono trovati al centro di polemiche per la furia dimostrata nei confronti della libera stampa e informazione: dal caso delle intercettazioni cui sono stati sottoposti i giornalisti di Associated Press ai sei funzionari dell’amministrazione posti sotto inchiesta perché ritenuti responsabili di fughe di notizie (facendo addirittura ricorso all’“Espionage Act” del 1917, un fatto inconsueto per tutte le amministrazioni passate) alla foga con cui si sta cercando di ottenere l’ergastolo per Manning, “colpevole” di aver svelato la tragicità dei conflitti in Iraq e Afghanistan.

Proprio per attenuare l’impressione che questa sia l’amministrazione più “feroce” nei confronti della libertà di espressione, il segretario alla giustizia Eric Holder ha spiegato non “perseguirà i giornalisti nei casi di fughe di notizie” e che “la libertà di informazione fa parte dei nostri valori più sacri”.

Ciò non toglie che, in queste ore, la ricerca alla talpa nella National Security Agency, o nelle strutture a essa vicina, sia convulsa. Il problema è che i dati sin qui emersi e le piste da seguire sono piuttosto labili. Si sa, per esempio, che il Washington Post – che ha pubblicato l’articolo su PRISM, il programma di raccolta di dati degli utenti Web – ha avuto le sue informazioni da un non meglio identificato “funzionario dei servizi”. Quanto ai dossier pubblicati dal Guardian, relativi all’ordine con cui il tribunale top secret FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) ha imposto a Verizon la consegna dei tabulati, la nebbia è ancora più fitta. I giudici e il personale amministrativo che lavora presso questa corte sono ritenuti completamente affidabili (non c’è stata una sola fuga di notizie in 35 anni); quanto a Verizon, solo i vertici della compagnia telefonica erano a conoscenza dell’ingiunzione della corte.

Il responsabile va dunque, con ogni probabilità, cercato proprio all’interno della “National Security Agency”. Un “impiegato arrabbiato, in cerca di vendetta”, dicono all’FBI, che ha aperto un’inchiesta sulle fughe di notizie. “Qualcuno che ci fa del male, perché ci impedisce di fare il nostro lavoro e prevenire gli attacchi dei terroristi”, ha scandito Obama, durante la sua conferenza stampa. Il giudizio è ovviamente del tutto diverso se si passa dall’altra parte della barricata. “Si tratta di un eroe, proprio come Bradley Manning”, ha detto Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, che prevede un processo simile a quello di Manning anche per l’attuale “talpa” della National Security Agency. Come di “un’incarnazione eroica” parla anche Glenn Greenwald, l’avvocato/blogger/giornalista che sta macinando i dossier e le rivelazioni esplosive per il “Guardian”.

Proprio su Greenwald si stanno concentrando in queste ore le attenzioni del Dipartimento di Giustizia e degli 007 USA. Chi gli ha passato le notizie? Come fa, quest’ex-avvocato americano, a essere così ben informato su quanto avviene nella centrale di spionaggio più segreta al mondo? Greenwald ha rivelato che i dossier gli sono stati passati da un “lettore, che conosce le mie opinioni e il modo in cui avrei utilizzato le informazioni”. La vita, il passato, le amicizie di questo avvocato/attivista per la libertà di pensiero e informazione vengono ora passate al vaglio dei funzionari Usa. “Gli amici mi hanno avvertito di stare attento – ha detto – ma io faccio esattamente quello che dice la Costituzione e non ho niente di cui preoccuparmi”.

Greenwald, 46 anni, nato in Florida, ha studiato alla New York University. Dopo alcuni anni in uno studio legale, ha preferito dedicarsi all’attività di blogger e attivista. Ha scritto per “Salon” e ora per il “Guardian”. Negli ultimi mesi è stato un infaticabile sostenitore della causa di Bradley Manning, raccogliendo fondi e citando in tribunale in governo americano per costringerlo a diffondere i documenti riservati sul processo al soldato. Il computer di Greenwald, che presumibilmente custodisce molti dei suoi segreti, si trova in Brasile, dove l’avvocato vive per gran parte dell’anno col suo compagno. “Quando sei gay, non cresci come parte del sistema, e sei costretto continuamente a riflettere sulle cose”, ha detto Greenwald, per spiegare l’attitudine infaticabile a mettere in discussione l’autorità e le strategie di potere del “sistema”.