“La Chiesa è fatta di peccatori, corrotti e santi“. Ad ascoltare l’omelia odierna di Papa Francesco sembra di risentire la condanna ai “profeti di sventura” pronunciata dal beato Giovanni XXIII, di cui oggi ricorrono i cinquant’anni dalla morte, nel celebre discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II l’11 ottobre 1962. Del resto, a 80 giorni dall’habemus Papam, i gesti e le parole di Jorge Mario Bergoglio e il suo essere “parroco del mondo” hanno richiamato in molti osservatori e in tantissimi fedeli proprio la figura di Angelo Giuseppe Roncalli che amava dire di sé: “Mi chiamano Papa, ma io volevo solo essere un povero prete di campagna”.

“Tutti noi siamo peccatori”, ha spiegato Francesco ai fedeli presenti alla Messa mattutina celebrata nella cappella di Casa Santa Marta. “Ci conosciamo dal di dentro – ha aggiunto il Papa – e sappiamo cosa è un peccatore. E se qualcuno di noi non si sente così, vada a farsi una visita dal medico spirituale, perché qualcosa non va”. L’autonomia nel rapporto con Dio, però, ha spiegato Bergoglio, trasforma i peccatori in corrotti. “Quelli che erano peccatori come tutti noi, ma hanno fatto un passo avanti, come se fossero proprio consolidati nel peccato: non hanno bisogno di Dio! Ma questo sembra – ha precisato il Papa – perché nel loro codice genetico c’è questo rapporto con Dio. E come questo non possono negarlo, fanno un dio speciale: loro stessi sono dio. Sono i corrotti. Questo è un pericolo anche per noi. Nelle comunità cristiane i corrotti pensano solo al proprio gruppo. Giuda da peccatore avaro è finito nella corruzione”.

Anche Papa Francesco ha voluto ricordare e pregare il beato Giovanni XXIII, da lui definito “modello di santità“, e ha fatto un parallelismo tra i corrotti e i santi nella Chiesa. “Come i corrotti fanno tanto male alla Chiesa, i santi fanno tanto bene. Dei corrotti, l’apostolo Giovanni dice che sono l’anticristo, che sono in mezzo a noi, ma non sono di noi. Dei santi la parola di Dio ci parla come di luce”. E ha terminato la sua omelia con una preghiera: “Chiediamo oggi al Signore la grazia di sentirci peccatori, ma davvero peccatori, non peccatori così diffusi, ma peccatori per questo, questo e questo, concreti, con la concretezza del peccato. La grazia di non diventare corrotti: peccatori sì, corrotti no!”.

La speranza di tanti fedeli, ad ascoltare oggi le parole di Francesco, è che le porte della Chiesa si possano spalancare così come avvenne cinquant’anni fa con il Concilio Vaticano II osteggiato fortemente, almeno all’inizio, dentro la Curia romana. Parole e condanne che devono tradursi in atti concreti di governo nella Chiesa, proprio lì dove il binomio Ratzinger-Bertone ha fallito. Come sostiene, infatti, il vaticanista di Panorama Ignazio Ingrao nel suo ultimo libro “Concilio segreto” (edizioni Piemme) “i nodi irrisolti del Vaticano II sono questioni aperte ancora oggi. Il Concilio di ieri ci aiuta ad anticipare la Chiesa del domani”. Quella di Papa Francesco. “A cinquant’anni dalla sua morte – ha affermato Bergoglio – la guida sapiente e paterna di Papa Giovanni, il suo amore per la tradizione della Chiesa e la consapevolezza del suo costante bisogno di aggiornamento, l’intuizione profetica della convocazione del Concilio Vaticano II e l’offerta della propria vita per la sua buona riuscita, restano come pietre miliari nella storia della Chiesa del XX secolo e come un faro luminoso per il cammino che ci attende”.