Ci sono eventi che si consumano sotto gli occhi dei popoli senza che l’escalation, pur tangibile e allarmante, turbi la coscienza collettiva abbastanza da innescare una reazione più forte e contraria. Manca sempre la goccia in più, quella che fa traboccare il vaso. Tutti vediamo e storciamo il naso. Stop. Reagire pare uno zelo eccessivo e vano. Un qualcosa di troppo. Finché poi è troppo tardi. I popoli osservano lo scempio compiersi con fatalismo e connivenza sufficienti a illudersi che la colpa sia comunque degli altri. L’ascesa del nazismo, lo scioglimento dei ghiacci, l’epidemia di cinepanettoni e persino lo spappolamento dell’Inter F. C. 2013 style. Tutti drammi che hanno richiesto tempo. Ci si poteva opporre e organizzare, si poteva provvedere. E invece.

A questo pensavo, riflettendo su un altro caso di maltrattamento ai minori (per riallacciarci al post di qualche mese fa) inteso come pessimo servizio per le giovani generazioni. Mi riferisco allo sgretolarsi dell’alleanza che fino a qualche decennio fa è intercorsa tra scuola e famiglia, o viceversa, non saprei, perché non so se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia la famiglia ad aver perso interesse nella scuola o se sia stata la scuola a censurarsi. Ma qualcosa di grosso, d’inesorabile come l’acqua cheta che abbatte i ponti, un qualcosa deve pur essere avvenuto, se stiamo messi così. O si tratta di un altro “inspiegabile” esempio di lento e inesorabile mutamento delle coscienze di milioni di persone che è spesso tanto causa quanto effetto di macro cambiamenti social-planetari? Chissà. Certo, il fenomeno ci ha messo tempo, sembrava che stesse accadendo, ne sentivamo parlare ma non abbiamo provveduto, pur avvertendolo stonato. E il risultato non piace a nessuno.

Togliamoci subito un pensiero: è un dato di fatto che esistono, in merito alla questione del disfacimento della scuola italiana, enormi e aberranti responsabilità interamente imputabili al piano istituzionale. Ma non è questo il punto che c’interessa oggi. Stiamo parlando del problema da un altro punto di vista.

C’è stato un passato in cui scuola e famiglia dialogavano di più o comunque si cercavano, reputandosi complementari. Tale rapporto si basava su anacronistici formalismi e rigidità che possiamo pure non rimpiangere, ma anche sul riconoscimento di ruoli e di autorevolezze rispettati e rispettabili che sono stati gettati via col resto, come il bambino con l’acqua sporca, nel nome di svecchiamenti agiti da modelli progressisti che potevano funzionare solo a patto che li bilanciasse un collante sociale solido e consapevole. In tempi come questi, dove il confine tra il tollerabile e l’intollerabile, l’opportuno e l’inopportuno è al limite superiore del relativo, è evidente che tanto, troppo viene lasciato semplicemente accadere, anche quando infastidisce. Infatti, molto di ciò che avviene nelle scuole e che non ci piace è imputabile semplicemente ad una questione di cattiva cittadinanza, di ineducazione, prima ancora che di maleducazione. Non ci si educa ad essere cittadini cafoni: lo si diventa perché non ci si educa ad essere buoni cittadini. Ecco il problema: ci si educa poco.

Che i ragazzi non riconoscano nella scuola un soggetto autorevole (non necessariamente piacevole, ma almeno arricchente) non deve meravigliare, dato che la scuola è lo specchio più severo del degrado, anche morale, di un Paese. È un disprezzo che mutuano da padri e madri. Da tempo è in atto un lavoro di demolizione e discredito dell’autorità scolastica che, in una sorta di circolo vizioso, parte dalle mura domestiche tanto quanto ad esse giunge.

Siamo di fronte a genitori che, quasi riverberando il discredito che la scuola riceve a livello istituzionale, alla scuola medesima chiedono pochi impegni e fastidi, ne bollano come inutili e superflui (anche in presenza dei figli) i contenuti didattici, vivono il brutto voto o la sgridata all’intoccabile gioiellino di casa come un’inammissibile ingerenza nel proprio metodo educativo, gridano al trauma irreversibile che segnerà il ragazzo per la vita. Si diventa cassa di risonanza delle insindacabili ragioni dei figli, ci si nomina avvocati e si diffida l’insegnante che ha osato fare il proprio lavoro. Provate: ritirate un telefonino e le parentali proteste di lesa libertà, se non proprio maestà, schizzeranno alle stelle come azioni dopate a Wall Street.

Sì, la delegittimazione si consuma spesso in casa. In un’altra epoca la maestra, come il farmacista, il sindaco o il parroco, erano soggetti forti della comunità. Che idea abbiamo invece oggi degli insegnanti? Sarebbe interessante dare risposta a questo interrogativo. Certo, non credo che ci sia in giro una gran nostalgia dell’unità educativa di vecchio stampo, autorevole e più ancora autoritaria. Però nemmeno quella sorta di apatia che impera oggi gode di gran celebrità. Una volta l’insegnante aveva sempre ragione, ricordate? La mia maestra aveva sempre ragione, per i miei genitori, anche quando aveva torto. E comunque era giustificata. Ora no, ora sono i figli di troppi genitori ad avere sempre ragione e giustificazione. Anche quando hanno torto o, semplicemente, si comportano male. La difesa parte d’ufficio.

Torniamo a quel non riuscire a fare i genitori di cui parlavo altrove, all’equivocare il ruolo, a proteggere a priori, all’intervenire con arroganza sull’esterno piuttosto che con pazienza e fermezza all’interno, sui figli, per mancanza di coraggio, di competenza, di tempo. Per comodità o per paura. Si saltano le fasi intermedie dell’analisi dei rapporti per giungere subito a conclusioni grossolane tipiche del ripetilo ancora, se c’hai coraggio. Sì, ormai viviamo in pieno nella cultura del ripetilo ancora, se c’hai coraggio. Le relazioni scuola-famiglia ne sono un esempio crudele, stridente, soprattutto perché dovrebbero rappresentare invece il brodo di coltura da cui ripartire.

Due righe devo destinarle anche al tono pavido che la scuola si è data. È timida e spuntata perché si è lasciata spuntare. Ho udito coordinatori di classe inaugurare la riunione di consegna delle pagelle scusandosi coi genitori per averli distratti dai loro impegni. E i genitori facevano sì sì con la testa, come a dire vabbè dai, ormai siamo qui, diamoci una mossa.  Ecco, io non so chi sia messo peggio, se l’insegnante o il genitore. Certo so che non stanno bene né la scuola né lo studente. Soprattutto lo studente, che da una scuola in soggezione non potrà apprendere granché. E questo è un tema che ci interroga visto che ogni mattina in Italia sette milioni e mezzo di bambini e ragazzi si siedono ai propri banchi. Per ora sulla pagina del MIUR dedicata alla discussione in parlamento c’è scritto: l’aggiornamento è sospeso.