Roberto Sepulcri
Roberto Sepulcri, ideatore della marcia "Verso Roma contro i suicidi"

Pieve di Soligo, Treviso. Comune veneto di dodicimila abitanti. Un’economia basata sull’agricoltura e sulla piccola e media impresa, per lo più artigiani: il padrone, uno o due figli a “imparare il mestiere”, al massimo qualche dipendente. Una rete di aziende che nei decenni d’oro del nord-est italiano ha prodotto una ricchezza diffusa, incentivato il mito della regione indaffarata e un poco bigotta, disabituata ai movimenti ideali e popolari, perché china sui banchi dei laboratori.

Tutto questo è oramai un ricordo, doloroso perché vicino nel tempo. Sembra passata un’epoca, è cambiato il paesaggio emotivo e sono sfumate velocemente le speranze, eppure sono trascorsi solo cinque anni da quando la crisi ha iniziato a mordere, quel 2008 in cui si parlava di “finanza sull’orlo dell’abisso” come di uno spettro lontano e terrificante. Per poi scoprire che la paura era realtà, terribile e vicina, dietro l’angolo. La crisi prima ha colpito le fabbriche più grandi, lasciando senza reddito molti nuclei familiari; poi s’è avventata sugli artigiani, che mano a mano perdevano i subappalti dell’industria.

La crisi è stata violenta e in tre anni ha spazzato via un ecosistema. Dal 2012, quando i debiti accumulati da chi aveva provato a restare in pista in ogni modo sono diventati insopportabili, sono apparsi i suicidi. Imprenditori senza più credito e possibilità di recupero hanno cominciato a togliersi la vita. Anche operai, padri di famiglie monoreddito.

E’ difficile produrre dei dati certi sul fenomeno della violenza su se stessi in relazione agli andamenti economici. Specialmente quando una terra tradizionalmente cattolica, restia all’esibizione dei problemi personali, spinge inevitabilmente a “nascondere” questi gesti, a parlarne poco, ancor meno a discuterne pubblicamente. Molte famiglie se ne vergognano.

Roberto Sepulcri, piccolo imprenditore senza più lavoro per sé e per il figlio, mi racconta di un amico salvato, per un soffio, dalla moglie; si stava impiccando. Rompe un tabù e con voce chiara dice: “Anche io ci ho pensato”. Gli chiedo, dopo un mio silenzio più lungo del normale, cosa l’ha distolto dal suicido. Dice: “Non arrendersi e fare qualcosa di utile per tutti”. Così gli è nata l’idea di una marcia contro i suicidi, un viaggio a piedi lungo 550 km, lui e altri imprenditori amici verso Roma, per portare il loro grido fin sotto (e possibilmente dentro) i palazzi del Potere.

“Non lo facciamo solo per noi”, ci tiene a precisare, quasi a sottolineare una nuova consapevolezza sociale. Con sé avranno dei bloc-notes: ad ogni tappa annoteranno le storie che gli abitanti del luogo consegneranno loro. Sono attesi in Emilia-Romagna, in Umbria, in Toscana, nel Lazio, dove raccoglieranno le nostre storie di crisi. A Roma, vorrebbero affidare quei quaderni di disperazione e di resistenza a Giorgio Napolitano.

Intendono percorrere circa 20/25 km al giorno, scarpinando, seguiti da un furgoncino con provviste alimentari e delle tende. Si fermeranno a dormire dei campi, nei giardini, nei parchi, ovunque qualcuno li ospiterà. Solidarietà. Gli domando di cosa avranno maggiormente bisogno; dice: “Di una doccia alla sera”. Calore. In tanti hanno risposto alla loro richiesta di supporto; aggiorneranno chi li sosterrà tramite un blog e social network.

Queste terre hanno prodotto nel secondo dopoguerra forti fenomeni di emigrazione interna ed estera: tanti friulani e veneti sono partiti in giro per il mondo in cerca di una sorte più benevola. Il benessere conquistato negli ultimi trent’anni aveva invertito la rotta: adesso erano gli stranieri ad arrivare, dai paesi apparentemente più impensati. Le fredde statistiche dicono che a Piéve, come la chiamano i trevigiani, sono arrivati negli anni operai da paesi come il Bangladesh, la Macedonia, l’Albania, la Romania e il Marocco. In tutto sono appena il 10% della popolazione, ma sono percepiti come un problema, perché hanno giocato al ribasso, aggiudicandosi svariati subappalti, specialmente nel campo dell’edilizia, qui particolarmente sviluppato. La crisi ha colpito anche loro. L’assenza di lavoro ha livellato i redditi, spostandoli indifferentemente verso lo zero.

Per uno di quei dettagli insignificanti e rivelatori che la storia dissemina, la marcia contro i suicidi è partita stamattina da Piazza degli Emigranti a Solighetto, frazione di Piéve. Il maltempo dell’ultima settimana non ha cambiato il programma: tra 25 giorni saranno nella capitale, per bussare alla porta del Quirinale.

Lo saluto con un’ultima domanda. Chiedo come riescono a vivere lui e la sua famiglia. Roberto, che trasmette la sensazione d’essere un uomo forte, dice: “Ho venduto l’oro. Non m’era mai successo. Ma non chiediamo la carità. Chiediamo lavoro”.

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