Santiago del Cile, 1988. René Saavedra (Gael Garcia Bernal) è un pubblicitario di successo e vive in una bella casa con il figlio. La madre del bambino, da cui René è separato, è un’oppositrice del regime di Pinochet ed entra ed esce da commissariati e galere. Lui è un integrato scettico. Fino al momento in cui i partiti che sostengono il No alla rielezione di Pinochet per altri otto anni si rivolgono a lui per la campagna televisiva contro il dittatore. Per la prima volta dopo 15 anni e per 15 minuti ogni sera, una coalizione – dai comunisti ai democristiani – può parlare ai cittadini proponendo un’alternativa democratica al Generale. Saavedra si fa lentamente coinvolgere e sviluppa la giusta intuizione: bisogna comunicare con lo sguardo rivolto al futuro, mostrando ai cileni l’allegria e le possibilità che offre un paese democratico e soffermandosi poco (in un primo momento) sul giudizio storico, sugli slogan delle militanze, sull’orrore compiuto. Il No vincerà, contro ogni aspettativa, con il 55% dei consensi mettendo fine all’era di Pinochet.

Il regista cileno Pablo Larraìn, nel film che chiude la sua magnifica trilogia sulla dittatura, fa come il suo protagonista: mostra il lato positivo del suo lavoro raccontandoci come si costruiscono il prodotto politico e il consenso di massa. Così facendo conquista, oltre al plauso della critica specialistica che già aveva conquistato, anche l’attenzione dei media tradizionali. Più difficile appassionarsi ai due precedenti film, il capolavoro Tony Manero e l’ottimo Post Mortem: il primo raccontava la vita di un disadattato nel pieno del regime, ovvero sul finire dei cupi anni Settanta; il secondo metteva in scena, nella figura di un funzionario dell’obitorio in cui arriva il cadavere di Allende, l’indifferenza umana e morale che aveva permesso a Pinochet di realizzare il golpe nel 1973 (con l’appoggio sostanziale della Cia). Due film tetrissimi e respingenti quanto No è diretto e liberatorio.

Figlio di un politico di destra, Larraìn si identifica in qualche misura con il fautore della campagna pubblicitaria che ha scardinato il regime. Sapendo che la presa di coscienza dipende molto da come viene raccontata la storia e dal senso che vogliamo far emergere. Il film segue una strategia, in questa accezione, perfettamente coerente con l’autocoscienza del protagonista e, probabilmente, del giovane regista 36enne.

Nella prima parte vediamo un uomo ben inserito nel proprio ambiente che utilizza il marketing “all’americana” di una società consumistica e secolarizzata (che il regista mostra benissimo con i forni a microonde nelle case o le modelle sui grattacieli), sviluppatasi sotto la dittatura, per confezionare il messaggio politico da promuovere. Niente donne piangenti e madri dei desaparecidos, niente lagne sul dittatore: con atteggiamento apparentemente cinico, René capisce che serve altro se si vuole vincere.

Ma nella seconda parte Larraìn cambia ritmo, senza quasi farcelo percepire. Il film si distende, si apre alla retorica più classica e mostra gli atti concreti – intimidazioni e repressioni – di una dittatura comunque in dismissione (fu Pinochet a volere il referendum che lo sconfisse). È qui che il protagonista capisce emotivamente che, oltre alla forma, il contenuto del prodotto è potentissimo. Ovvero il Cile ha alle spalle ha una tragedia sociale davanti a cui lui stesso ha parzialmente chiuso gli occhi, dirottandoli sui nuovi strumenti e accessi che la società gli ha fornito. E cambiare la storia – quando si tratta di soprusi e morti – non è solo frutto di talento strategico: è un bisogno, un atto di giustizia. C’è qualcosa che va oltre alla tattica e al simbolo pubblicitario e la realtà va riesumata con una specie di maieutica sociale.

In tutto questo, comunque, il finale è realista: i tempi che si aprono sono (sempre) una continuità discontinua ma non una discontinuità assoluta rispetto a quel che c’era prima. Nulla si distrugge, tutto si può trasformare. Con No si chiude l’operazione cinematografica più importante degli ultimi anni sulla narrazione storica di un paese ad opera di un regista straordinario.