Ho trovato molto intrigante l’idea venuta allo scrittore siciliano (ma nato a Milano) Sergio Claudio Perroni di, prima, immaginare e, poi, descrivere, dalla sua Taormina e nel recente romanzo ‘Nel ventre‘, cosa accadde all’interno del Cavallo di Troia nelle ore precedenti l’assedio e la conquista (con l’inganno) della città di Troia da parte degli Achei.

Nel Ventre copertina

Sia chiaro: l’argomento non è nuovo, ma l’approccio adottato sì. E questo perché Perroni ha scelto di evitare di descrivere tutto il ‘contorno’ storico e mitologico e di concentrarsi unicamente su ciò che avvenne proprio all’interno del cavallo, in un lasso di tempo molto breve.

Il lettore ricorderà un film di qualche anno fa, ‘Buried – Sepolto’, che ha avuto anche un discreto successo di critica, integralmente ambientato all’interno di una bara di legno che imprigiona il protagonista e il suo telefono cellulare. Ecco, l’ambientazione di questo romanzo è simile: la vicenda inizia dentro a una perfetta e geniale macchina di legno, che unisce non solo condottieri ma anche divisioni di classe, ricordi, sogni, paura, violenza, sangue e sudore, timore di essere scoperti, piccole fonti di luce, ipersensibilità a ogni movimento o rumore, e termina sempre dentro a questo cavallo. L’aspetto degno di nota è che, nonostante la ‘location’ circoscritta, l’attenzione alle strategie e alla psicologia di tutti gli eroi coinvolti riesce a mantenere vivo l’interesse del lettore sino all’ultima pagina. Assai piacevoli sono, poi, le splendide illustrazioni di Velasco Vitali che scandiscono i passaggi essenziali della storia.

Tutto avviene, dicevo, in poco più di mezzo miglio di ‘strada’, il tragitto che va dalle spiagge sabbiose alle mura di Troia. Decine e decine di guerrieri, stipati in un ventre di legno, ‘sentono’ salpare le ultime navi e rimangono soli in terra nemica.

Nel romanzo c’è molto dialogo. Lo inizia Neottolemo, l’orfano di Achille, che parla con il generale Ulisse e con Epeo, l’artefice del dono. Il ragazzo è affascinato dall’occhio del cavallo, l’unico microscopico punto di luce che consente di guardare fuori.

Dentro il cavallo, notavo, si vive. Diventa un piccolo centro urbano autosufficiente, proprio come la storica Casa Grotta di Vico Solitario di Matera. Nel ventre del cavallo si gioca a dadi seduti sugli elmi e sugli scudi, si dorme, si canta, si sogna, si parla con le dee, si muore, ci si ferisce. Il tutto in attesa dell’ignoto, a lume di candela.

C’è spazio, in questo ‘buio’, per tante riflessioni, spesso fatte ad alta voce. La bellezza che inganna, e che scaccia la diffidenza del nemico. L’idea del dono, che imbroglia facilmente l’ingenuo. Il timore, al contempo, che l’inganno venga scoperto, che venga dato fuoco al cavallo (con una conseguente morte orribile per il suo ‘contenuto’). Una lancia scagliata improvvisamente contro il fianco del legno apre la scena alle persone diffidenti, a coloro che avvertono di non fidarsi e che, ovviamente, non vengono ascoltati, e al celebre veggente considerato stolto, Lacoonte.

La tensione sale, poi, quando il cavallo comincia a muoversi e viene portato all’interno delle mura di Troia, anche qui tra le urla di Cassandra, che piange di rabbia perché non riesce a convincere i troiani a rifiutare il dono e ad evitare, così, la trappola. Il tutto viene narrato, in poco più di cento pagine, come se fosse filtrato attraverso gli occhi di un semplice soldato.

Nonostante l’humus storico, ci sono molti aspetti affascinanti in questo libro che, guarda caso, si rivela anche di attualità. C’è il tema dell’inganno, innanzitutto, che è sempre di grande fascino. Vi è l’attesa fremente prima che il colpo vada a buon fine. Vi è il basare l’attacco sulla buona fede e la credulità dell’uomo del popolo (la scritta sul cavallo che finge che lo stesso sia semplicemente un dono agli dei per propiziare il ritorno via mare degli Achei ricorda molto, senza nulla voler togliere alla poesia del contesto, gli ‘oggetti’ dei messaggi di posta elettronica che cercano di ingannare sprovveduti utenti in Internet). C’è una strategia e invenzione durata mesi che si esaurisce in pochi attimi (e pochi metri) ma che è in grado di cambiare le sorti di una guerra. L’inganno è unito all’ingegno, e anche questo è molto suggestivo: alla base vi è la costruzione di una macchina che sia perfetta non solo tecnicamente ma anche che sia capace di penetrare negli animi e nei sogni di chi deve essere attaccato.

Suggestivo è, poi, il senso di claustrofobia che si respira, e che contribuisce a rendere il romanzo avvincente e mai noioso anche quando illustra accadimenti storici tramandati per generazioni.

Infine vi è l’attenzione (e la tensione) psicologica che connota ogni personaggio. In quei momenti l’intera vita scorre davanti a tutti; l’attesa e il buio, ma anche il caldo soffocante e i momenti di panico, concedono tempo per riflettere, spesso a voce alta, o per svelare lati della personalità sconosciuti e che umanizzano non poco i guerrieri.

Dentro uno spazio di pochi metri quadrati, con stipati decine di guerrieri, si viene così a generare un microcosmo che presenta tutti gli aspetti di una piccola società con ansie, pensieri, timori e attese, e che si rivela molto più simile di quanto si pensi al mondo attuale.