”Messi di fronte alla prima vera responsabilità nazionale da quando siamo nati, abbiamo mancato la prova”. Pier Luigi Bersani auspica che le sue dimissioni da segretario “servano a qualcosa”. Intervistato dall’Unità, ribadisce che il partito deve “sostenere con determinazione” l’esecutivo, stoppa “diktat e pretese senza fondamento” di Silvio Berlusconi sull’abolizione dell’Imu e sulla presidenza della Convenzione, e ripercorre anche quanto avvenuto nelle votazioni per il Quirinale.

Durante l’elezione del capo dello Stato “siamo venuti meno a delle decisioni formali e collettive. In quel passaggio, nell’inconsapevolezza di tanti di noi, è tramontata la possibilità di un governo di cambiamento”, osserva Bersani. “In questa vicenda sono emersi problemi che dobbiamo assolutamente affrontare. Primo: un deficit di autonomia, una nostra incomprensibile permeabilità, una difficoltà ad esercitare un ruolo di rappresentanza, di orientamento, di direzione. Secondo: l’incapacità di distinguere tra funzioni istituzionali, come è quella del Presidente della Repubblica, e funzioni politiche e di governo”. Il terzo problema è “l’irrompere di rivalse, ritorsioni, protagonismi spiccioli”, sottolinea Bersani, che chiede: “vogliamo essere un soggetto politico o uno spazio politico dove ognuno esercita il proprio protagonismo?”.

Adesso “ci vuole un congresso vero, che sia svincolato dalla scelta di un candidato premier, visto che per la prima volta da quando esiste il Pd un presidente del Consiglio lo abbiamo”, afferma Bersani, secondo cui “è possibile avviare una procedura per arrivare a una modifica dello statuto tale per cui non ci sia più coincidenza tra la figura del segretario e quella del candidato premier”. L’Assemblea di sabato prossimo, aggiunge, “deve dare un mandato pieno a qualcuno che dovrà condurci nella fase congressuale e intanto rappresentare il Pd di fronte al Paese. Una figura che goda di un largo consenso e che sia di garanzia per tutti”.

Per Bersani “sbaglia chi sostiene che mi sarei fatto umiliare da Grillo. L’arroganza umilia chi la mostra e rimarrà l’idea di una mia disponibilità a lavorare per un governo del cambiamento. L’idea di Grillo è stata fin dall’inizio quella di tenersi totalmente disimpegnato e cercare di lucrare il più possibile sulla necessità di una convergenza tra noi e la destra”. Quanto al nome di Rodotà, “è una figura degnissima ma è stata strumentalizzata per un’operazione politica finalizzata a creare difficoltà piuttosto che a ricercare soluzioni”, e poi “pensiamo davvero che ci sarebbero stati i voti?”. In ogni caso, conclude, “non è accettabile un prendere o lasciare”.