Sarà pure che non c’era alternativa a questa alleanza, come ha avuto modo di ribadire sempre Enrico Letta al Senato prima di ricevere l’ultimo voto di fiducia, ma è altrettanto vero che la partita a scacchi della divisione del potere della nuova legislatura è tutt’altro che finita. E s’incrocia con i problemi interni a Pd e Pdl, ciascuno a suo modo dirimente per la gestione di questa delicata fase di “inciucio” destinata a culminare con la nomina dei sottosegretari. Una partita che dovrà compensare quello che è rimasto sbilanciato nella composizione della squadra governativa di prima fila, ma nella quale è destinato ad entrare molto di più; vendette trasversali e rese dei conti interne ai due schieramenti avranno un peso notevole nella spartizione di seggiole, poltrone e strapuntini.

Nel mirino sono già in molti. Il primo – parrà strano – è Angelino Alfano. Già, il numero due del Pdl e del governo. Ecco, Alfano è da giorni il bersaglio più gettonato dell’inner circle del Cavaliere. Che ha cominciato a fargli la guerra. Troppe tre cariche (ministro, vicepremier e segretario del partito) nelle mani di un uomo solo per quanto plenipotenziario di Silvio in persona. Ad altri, per giunta, non piace neppure la china “democristiana” che sta imponendo al Pdl, nel nome del buonismo delle larghe intese, che a qualcuno, lunedì alla Camera, ha fatto rispolverare – con sarcasmo – quel vecchio progetto di parito popolare che ora potrebbe tornare buono e che invece è sempre stato rigettato dai “falchi” del partito quasi con disprezzo. Una delle avversarie più nette dell’idea è da sempre Daniela Santanchè. Che ha digerito male, malissimo l’essere stata esclusa da qualsiasi incarico di livello nel governo; si aspettava, quantomeno, un ministero di seconda fila. Malumori a cui la divisione della scacchiera del sottogoverno dovrà dare qualche risposta, anche se – nello specifico – per la Santanchè sarebbe pronta un’altra poltrona, quella di vice presidente della Camera dopo le dimissioni di Maurizio Lupi, passato al governo delle Infrastrutture. Forse la nomina “la terrà buona”, dicevano lunedì nel Pdl, ma la fronda nel partito contro Alfano viene comunque considerata “da non sottovalutare affatto”; gli “sgambetti”, si faceva notare con malizia, “non li sanno fare bene solo nel Pd, anche noi siamo bravissimi…”. Partita delicata, dunque. Anche se poi, certo, quando si vince poi tutto diventa più semplice da gestire e le divisioni si stemperano. Eppure, annusati gli umori, uno come Fabrizio Cicchitto ha sentito il bisogno di esporsi personalmente con Berlusconi consigliandolo di mettere subito un punto a quest’onda di malumore attraverso nomine ad hoc che accontentino tutte le anime in modo da non temere contraccolpi in fasi (come quelle che verranno) dove l’unità del partito dovrà essere un fondamento ineludibile. Ecco, quindi, che a fare la trattativa per i sottosegretari è stato chiamato il solito Denis Verdini.

CASA PD – Per il Pd la partita è nelle mani di Dario Franceschini. Si pensa di trovare la quadra entro oggi, dopo che Letta sarà tornato dalla Germania e dopo un primo maggio di attento lavoro di tessitura. Martedì, probabilmente, il giuramento. Il numero massimo dei componenti della seconda fila non potrà andare oltre i quaranta, quota fissata dalla legge che pone all’esecutivo un tetto di 63 componenti. La lista parziale del Pd prevede allo Sviluppo economico Paola De Micheli, lettiana di ferro, all’Interno Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd, agli Esteri Lapo Pistelli, anche lui uomo del premier, quindi Marianna Madia (ex veltroniana) al Lavoro, Guglielmo Epifani all’Economia come viceministro, la bersaniana Roberta Agostini alle Comunicazioni, il renziano Matteo Richetti ai Beni culturali, Ermete Realacci all’Ambiente, Antonello Giacomelli (franceschiniano) alla Coesione territoriale, Massimiliano Manfredi, che ieri ha chiesto a Letta più spazio per il Sud nella squadra, dovrebbe andare a un ministero economico.

CASA PDL – Più frastagliata la pattuglia del Pdl. Si parla di Enrico Costa o di Jole Santelli alla Giustizia, e ancora Micaela Biancofiore e Anna Grazia Calabria forse per lo Sviluppo Economico, ma anche di Mariella Bocciardo, cognata di Berlusconi, prima moglie di Paolo da piazzare in qualche dicastero, forse in quello della Cultura ora sotto l’occhio attento del dalemiano “re della taranta” Bray. Ieri a palazzo Grazioli si è rifatta viva pure la Brambilla per ottenere una delega al Turismo, ma la poltrona sarebbe già stata occupata da Bernabò Bocca, leader di Federalberghi. Comunque, per mettere a tacere i molti mal di pancia, nel Pdl si starebbe anche pensando di dirottare gli ex ministri del governo Berlusconi alle presidenze delle Commissioni che spettano al partito di via dell’Umiltà, ma la decisione finale non è stata ancora presa. Si tratterà anche di giorno di festa, si diceva, pur di chiudere l’intera questione il prima possibile.

TUTTI I NOMI – C’è anche Marco Minniti in predicato come viceministro o sottosegretario all’Interno, così come per il ruolo da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, incarico gia’ ricoperto con i governo D’Alema, quando ebbe anche la delega ai servizi segreti. Ma per i Servizi, si da’ per possibile anche una riconferma di Gianni De Gennaro. All’Interno si fa il nome anche di Emanuele Fiano. Al ministero dell’Economia, Giovanni Legnini, un uomo di grande spessore sul fronte dei conti, potrebbe collaborare con Fabrizio Saccomanni. Nella lista dei possibili aspiranti a un posto nei dicasteri economici anche Giampaolo Galli e Carlo Dell’Aringa. Possibili anche nomine per l’altra lettiana Alessia Mosca, ma direttamente a palazzo Chigi. Se poi dovessero essere accolti anche ex parlamentari nella compagine, si parla di un ritorno di Enrico Morando a un ministero economico e di Oriano Giovannelli magari alla Coesione territoriale. Al Lavoro si fanno i nomi dell’ex Damiano, se non dovesse diventare presidente di commissione. Particolarmente delicato per i rapporti con il Pdl e’ poi il ministero delle Infrastrutture, che ha anche competenza sulle telecomunicazioni. Possibile un profilo come quello di Raffaella Mariani, oppure potrebbe essere ripescato uno dei ‘saggi’ esclusi dal governo come Filippo Bubbico. Di primo piano sarà poi il ruolo dei sottosegretari chiamati a seguire il cammino delle riforme: si fanno i nomi di Pino Pisicchio e Gianclaudio Bressa, sempre che quest’ultimo non vada a presiedere la commissione Affari costituzionali della Camera se in Senato non dovesse essere nominata per la prima commissione Anna Finocchiaro. In alternativa, possibile un ingresso di Sesa Amici. Ai rapporti con il Parlamento, con Franceschini, sarebbe gradita da molti la conferma di Giampaolo D’Andrea. Alla Cultura potrebbe andare Emilia De Biasi, mentre alla Salute Giovanni Burtone. Per la Difesa, in lizza Rosa Villecco Calipari, Roberta Pinotti e Federica Mogherini. Colomba Mongiello potrebbe andare all’Agricolta, mentre Francesco Garofani all’Editoria. Molti anche i renziani che potrebbero entrare nella rosa, da Francesco Carbone ad Andrea Marcucci a Matteo Richetti, come si diceva, che ha al suo attivo un’esperienza di amministratore locale. Nel novero dei sottosegretari dovranno entrare anche il montiano Della Vedova e Carlo Calenda (braccio destro di Montezemolo), ma la destinazione ancora non è chiara.

LA CONVENZIONE DI B. – Il Cavaliere, intanto, sembra vedere nel governo delle larghe intese molte opportunità per se stesso e per il suo partito. Anche se sembra allontanarsi da lui, nonostante i desiderata espressi pubblicamente senza pudore, la guida della Convenzione per le riforme. Che dovrebbe nascere entro maggio dopo che ne avrà delineato la forma e i contenuti il ministro Quagliariello attorno a metà mese. L’organismo al quale Letta nel suo discorso ha dato grandissima importanza, parlandone anche come un’opportunità di «scongelamento» delle opposizioni, fa gola al centrodestra. E per non rompere subito un’alleanza che, comunque, non si sa bene quanto potrà durare, ma per non dare le redini di un giocattolo così delicato proprio a Berlusconi, sono in salita le quotazioni di Giorgetti, un leghista molto gradito al Capo dello Stato, un “saggio” che potrebbe così consentire a Letta di agganciare anche il Carroccio che ieri ha abbandonato ogni pretesa sulle commissioni di garanzia dando, di fatto, in pasto ai grillini la Vigilanza Rai. Ma la cosa non piace per nulla al Cavaliere. Che anche lì (più che mai) ha intenzione di dire l’ultima parola.