La malformazione del feto non costituirà più un buon motivo per abortire. Parola di ministro della Giustizia spagnola. Alberto Ruiz-Gallardón si prepara, per la terza volta in un anno, a riformare la legge sull’aborto: “sarà pronta entro l’estate” ha detto chiaro e tondo all’indomani della visita di Mariano Rajoy in Vaticano.

E non è stato certo una casualità: mentre il premier iberico regalava la maglietta delle Furie rosse a papa Bergoglio, a Madrid il cardinale Antonio María Rouco, in piena assemblea della Conferenza episcopale spagnola, criticava l’esecutivo del Partito popolare, pretendendo la tanto sbandierata riforma alla legge sull’aborto, nonché l’abolizione dei matrimoni gay. Detto fatto. O meglio, sulle unioni gay, volute dal precedente governo di Zapatero, il Pp aveva fatto già ricorso alla Corte costituzionale, che però aveva rigettato l’istanza chiudendo la faccenda.

Sull’aborto invece, il cattolico Rajoy, sempre molto attento alle richieste dell’ala del suo partito più vicina alle posizioni della Chiesa, era stato chiaro già l’estate scorsa: l’esecutivo ha garantito che ci sarà una riforma per difendere i diritti del nascituro e per eliminare la possibilità alle minori, tra i 16 e i 18 anni, di abortire senza l’autorizzazione dei genitori.

In realtà anche l’ex premier conservatore José Maria Aznar aveva annunciato di voler rivedere la legge sull’aborto. Senza poi passare mai ai fatti.

Adesso, invece, nella Spagna della crisi economica, della disoccupazione alle stelle e degli sfratti quotidiani, si rimette tutto in discussione. Perfino quei diritti fondamentali conquistati a caro prezzo.

Le parole di Gallardón fin dall’inizio sono pesate come un macigno: “Elimineremo la possibilità legale di ricorrere all’interruzione di gravidanza per delle anomalie fetali”. E non solo. Nella nuova bozza di legge, anche la violenza fisica non costituirà un buon motivo per abortire: la giurisprudenza contemplerà solo il danno psicologico, riconosciuto, così come la malformazione, da una equipe di medici. Insomma le donne iberiche dovranno tornare a dare spiegazioni per interrompere la propria gravidanza.

Il ministro ha aggiunto poi non solo che si tornerà alle legge del 1985, quando abortire era ancora un delitto e l’interruzione era riconosciuta solo in tre circostanze – violenza (fino alle 12esima settimana), malformazione grave (fino alla 22esima) e rischio per la salute fisica o psichica della madre (senza limite) -, ma che questo stesso testo subirà ulteriori modifiche.

La riforma che ha in mente il Partito popolare sarebbe dunque molto più restrittiva rispetto a quella legge, nella quale almeno due medici dovevano confermare la diagnosi di malformazione del feto. E ancora più restrittiva dell’attuale ‘Legge di salute sessuale e riproduttiva‘ del 2010 che si ispira alle riforme europee, dove le donne possono abortire senza dare spiegazioni fino alla 14esima settimana. E in caso di malformazione o rischio fino alla 22esima.

Con le modifiche annunciate, la Spagna rischia di retrocedere in classifica e posizionarsi, con una delle leggi più dure d’Europa, accanto all’Irlanda e a Malta. Quest’ultima proibisce totalmente l’aborto, mentre l’Irlanda riconosce l’interruzione della gravidanza solo in caso di rischi “gravi e sostanziali” per la salute della donna. Nel resto dell’Unione europea la malformazione fetale è invece sempre considerata una causa legalmente riconosciuta per ricorrere all’aborto.

“Ci spingeranno a ricorrere al Tribunale europeo per i diritti dell’uomo”, hanno denunciato le associazioni femminili, mentre il Partito socialista ha parlato senza mezzi termini di un ritorno al franchismo e ha minacciato: “Se il governo vuole andare a braccetto con i vescovi per modificare la legge sull’aborto, per tornare a limitare la libertà delle donne, dico già che il Psoe denuncerà ufficialmente gli accordi con la Santa Sede”, ha assicurato la vicesegretaria Elena Valenciano.