Il presidente Napolitano si scaglia contro le “campagne moralizzatrici” in politica e rilancia le larghe intese, rievocando quel che accadde “nel ’76”. Intervenuto al Senato per commerare Gerardo Chiaromonte, storico dirigente del Pci scomparso vent’anni fa, Giorgio Napolitano ha affermato: ”Certe campagne, che si vorrebbero moralizzatrici, in realtà si rivelano nel loro fanatismo negatrici e distruttive della politica”. Parole pronunciate nel discorso in cui il Capo dello Stato ha sottolineato “la moralità di uomo politico” di Chiaromonte. 

Poco prima della frecciata al “fanatismo” moralizzatore, Napolitano ha ribadito l’appello per un governo di larghe intese. Quel coraggio, ha ricordato, che nel 1976 ebbero il Pci e la Dc dinanzi a un Paese in grave difficoltà. “Al di là di ogni discorso ristretto all’area delle forze di sinistra, il senso di una funzione e responsabilità nazionale democratica -ha detto Napolitano- guidò Chiaromonte nella grande crisi e svolta del 1976, impegnandolo in prima linea al fianco di Enrico Berlinguer nella scelta e nella gestione di una collaborazione di governo con la Democrazia cristiana dopo decenni di netta opposizione”.

“E ci volle coraggio – ha voluto sottolineare il capo dello Stato – per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà, imposta da minacce e prove che per l’Italia si chiamavano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico come degenerazione ultima dell’estremismo demagogico”.

Non è la prima volta che Giorgio Napolitano attacca il “moralismo” in politica. Trent’anni fa il suo bersaglio fu addirittura il segretario Berlinguer, che nella celebre intervista a Repubblica del 28 luglio 1981 sulla questione morale definì i partiti “macchine di potere e di clientela”. Napolitano si trovava in Sicilia e, racconterà anni più tardi, chiamò proprio Chiaromonte: “Eravamo entrambi sbigottiti, perché in quella clamorosa esternazione di Berlinguer coglievamo un’esasperazione pericolosa come non mai, una sorta di rinuncia a fare politica visto che non riconoscevamo più alcun interlocutore valido e negavamo che gli altri partiti, ridotti a ‘macchine di potere e di clientela’, esprimessero posizioni e programmi con cui potessimo e dovessimo confrontarci”.

La risposta pubblica del dirigente migliorista al segretario arriva però un mese più tardi sull’Unità, il 21 agosto, e si ispira a Palmiro Togliatti: “Saper scendere e muoversi sul terreno riformistico anziché pretendere di combattere il riformismo con ‘pure contrapposizioni verbali’ o ‘vuote invettive’”.