Per ora nessuna scissione e si va avanti uniti. Uniti, ma sbriciolati all’interno. La Lega Nord si riunisce a Pontida e si ritrova divisa su più fronti. E’ proprio sul “sacro suolo” in provincia di Bergamo che esplodono tutte le contraddizioni dopo gli scandali del cerchio magico di Bossi, la segreteria affidata a Maroni, le elezioni che hanno visto l’ex ministro trionfare in Lombardia (ma il partito affondare nei consensi). La spaccatura più significativa è quella più evidente: quella tra bossiani e maroniani, il cui esempio plastico è fotografato da una lite tra una ventina di militanti. Causa scatenante: uno striscione, esposto da alcuni dirigenti veneti, che raffigurava il presidente della Lombardia con il naso allungato come Pinocchio. Umberto Bossi, il presidente del partito, da una parte si comporta da padre nobile: va sul palco e invita all’unità.

Ma dall’altra parte continua a logorare il segretario Roberto Maroni: “Chi dice che tutto va bene è un leccaculo, ma io non ho fatto la Lega per romperla” scandisce dal palco il Senatur con linguaggio privo di ambiguità. Maroni, dal canto suo, nega le divisioni: “Argomenti dei giornalisti di regime”. Ma c’è di più. Perché Bossi usa toni di biasimo anche nei confronti della strategia politica del segretario (sintetizzata da “Prima il Nord”) spiegando che invece bisogna combattere anche a Roma. Sfida che il presidente della Lombardia raccoglie e rilancia: “Siamo pronti a fare la guerra a Roma”. 

Ma gli abbracci sul palco nascondono a malapena le tensioni pronte ad esplodere. E nascondono a malapena il fatto che il Carroccio sembra fermo a due anni fa quando lo scandalo Belsito era di là dall’arrivare, Bossi e il cerchio magico comandavano ancora e Maroni premeva e sembrava l’astro nascente che poteva finalmente brillare di luce propria di lì a poco. In realtà due anni dopo le divisioni restano tutte intere. Gli effetti sembrano visibili sul prato di Pontida: al netto di una primavera che ancora deve arrivare, a occhio nudo le differenze con l’affluenza degli scorsi anni erano evidenti. 

Il discorso di Bossi – Il primo a salire sul palco è stato il Senatur: “Non sono d’accordo con Maroni quando dice che non bisogna combattere anche a Roma”. E ancora: “Niente insulti e niente fischi perché così facendo accontenterete la canaglia romana. I fischi teniamoli per i lecchini di regime, i giornalisti che scrivono sui giornali che ci stiamo dividendo. Certo, miglioreremo la Lega senza timore e abbiamo capito la protesta” e, dice rivolgendosi sempre al popolo leghista, “abbiamo capito che volete contare di più e quindi conterete di più”. Però la contrapposizione con Maroni è evidente: “Non la penso come Maroni quando dice che ce ne stiamo al nord e ce ne freghiamo di Roma: noi dobbiamo combattere su tutti i fronti, anche a Roma”. “A me spiace – conclude – che la base venga trattata un po’ male perché non ha strumenti per difendersi”, ha spiegato. Per questo ha proposto che ogni anno i militanti possano valutare i loro dirigenti e “poterli mandare via se non vanno bene”. Certo, ha concluso Bossi, “c’è il rischio di litigare ma non siamo ancora a quel livello, siamo in grado di modificare le cose”.

Maroni chiude la kermesse: “Faremo guerra a Roma” – Il segretario del partito cerca di stemperare le voci di tensione e se la prende con i giornalisti: “Chi dice che la Lega è divisa vada a quel paese, giornalisti di regime”. Poi aggiunge: “Un anno fa, dopo gli scandali, la Lega era a pezzi. Siamo riusciti a rimetterla in sesto, con l’aiuto dei militanti, dei governatori e di Umberto Bossi”. Maroni chiama quindi a raccolta i militanti: “Siamo qui in tanti, abbiamo smentito i gufi che volevano la Lega finita e divisa: andate a quel paese, giornalisti di regime!”. Così Roberto Maroni dal palco, dove ha aggiunto: “siamo qui per testimoniare la nostra unità, il nostro grande progetto di macroregione” per “per realizzare il nostro grande sogno, la Padania”. 

Maroni ha utilizzato gran parte del suo discorso conclusivo a Pontida per spiegare che la creazione di una macroregione del nord e l’ottenimento di “almeno il 75% del gettito fiscale sul territorio” sono i traguardi che la Lega non potrà mancare nei confronti del solito nemico “di Roma”. E ha utilizzato le sue parole ultimative nei confronti del governo centrale anche per rispondere a Bossi. “E’ chiaro – ha detto Maroni – che i nostri parlamentari a Roma agiranno insieme a noi al nord. Caro Umberto, devi andare giù a fare guerra al governo insieme a noi e ai nostri parlamentari”. La seconda parte dell’intervento è dedicata al decreto sui debiti della pubblica amministrazione verso le imprese: “Hanno fatto il decreto per dare i soldi a quei comuni del sud che non li hanno. I nostri comuni i soldi li hanno. Ecco il grande inganno del governo che deve andare subito a casa”. Insomma: “Se serve faremo guerra a Roma e al governo”. Sul 75% delle tasse e il patto di stabilità “tratteremo – ha aggiunto – fino al 31 dicembre abbiamo tempo per trattare, altrimenti ci impegnamo a superare autonomamente i vincoli imposti da Roma”.

Maroni, per ricordare una volta di più l’operazione di pulizia all’interno del partito, ha portato alcune buste contenenti “i diamanti di Belsito”. Nel dare l’annuncio ha ricordato l’impegno preso un anno fa quando la Lega venne travolta dalle inchieste sulla gestione dell’ex tesoriere. Maroni ha invitato i segretari nazionali a consegnare i 13 diamanti alle “sezioni più meritevoli”. “I veri diamanti – ha detto Maroni – sono i militanti. Eccoli qua i diamanti di Belsito. Sono per i militanti, per le sezioni”. Poi ha aggiunto: “Valgono 10mila euro l’uno e li voglio dare alle sezioni. Li consegnerò ai militanti che si sono impegnati, che si rimboccati le maniche e tengono alto l’onore della Lega. Si impegnano non per se stessi o per le proprie poltrone”. Al termine del comizio Maroni ha preso in mano alcune buste con dentro i diamanti e, ridendo, ha fatto il gesto di lanciarli tra i militanti.

La mattinata di tensioneL’aria di tensione si era già assaporata quando è stato dispiegato lo striscione “Umberto Bossi la Lega sei tu” nel luogo in cui due anni fa fece scalpore quello che chiedeva “Maroni presidente del Consiglio subito“. La lite è avvenuta tra una ventina di militanti leghisti al raduno di Pontida, dopo che alcuni di loro – probabilmente veneti – hanno esposto un manifesto che raffigura il segretario Maroni come Pinocchio. La scenetta è avvenuta in un angolo del pratone mentre dal palco parlavano alcuni dirigenti di secondo piano del movimento: la situazione poi è tornata alla calma. Una situazione di tensione strisciante che ha messo in difficoltà anche i giornalisti che sono stati tenuti lontani dal gruppo dei “bossiani” per presunte questioni di sicurezza.

La macroregione e i diamanti di Belsito – Sopra al palco, quest’anno c’è lo slogan “Prima il Nord”, cavallo di battaglia del neo governatore della Lombardia, ai lati il simbolo della Lega e la scritta “Verso la macroregione del nord”. Sotto il palco, tre nomi adagiati sul prato: “Bossi-Pontida-Maroni”. Tema ufficiale della manifestazione la creazione della macroregione, la proposta di trattenere sul territorio il 75% delle tasse pagate ma anche una sorpresa legata appunto ai diamanti dell’ex tesoriere Francesco Belsito e quindi alle vicende che hanno portato lo scorso anno ad una vera e propria rottura all’interno del movimento con l’esculsione di nomi eccellenti e la salita al ponte di comando di Roberto Maroni. Diamanti che Maroni, dal palco, ha poi mostrato, dicendo che “vengono restituiti ai militanti” e facendo il gesto (solo simbolico) di lanciarli alla folla. “Questa giornata segna con Pontida una pietra miliare nella storia della Lega – commenta il presidente del Veneto Luca Zaia – Per la prima volta il progetto di macroregione diventa un accordo istituzionale e quindi nasce di fatto un fronte unico delle regioni del Nord che ha come obiettivo principale il riconoscimento della sovranità a partire dal trattenimento del 75% delle tasse”.

La questione veneta: fischi a Tosi, striscione contro Zaia
In realtà proprio il Veneto presenta una delle questioni aperte nella crisi della Lega. Un nutrito gruppo di militanti veneti ha fischiato il sindaco di Verona Flavio Tosi per la durata del suo intervento. “Fuori, fuori” gli hanno urlato. “Tosi, Tosi” la risposta altri militanti. I contestatori trovano una sponda nello stesso Bossi: “Ai fratelli veneti dico che è tutto ormai commissariato ed è arrivato il momento che la Lega faccia i suoi congressi”. Il Senatur ha poi indorato la pillola definendo sbagliate le contestazioni a Tosi. Ma la “pasionaria” padovana Paola Goisis sottolinea che le correnti contrarie alla gestione politica di Tosi “si è fatta sentire a suon di fischi e di striscioni”. “Durante l’intervento di Tosi – spiega – si sono levate ripetute bordate di fischi, soprattutto da chi era più lontano dal palco”.

(ha collaborato Alessandro Madron)