Sappiamo che userà la diretta streaming per provare a spiazzarci. Se dà l’ok ai nostri 20 punti, noi ci siamo. Se si butta ai nostri piedi e ci dice ‘datemi un lavoro per i prossimi 5 anni’, io gli ricorderò degli esodati e dei cassintegrati che hanno messo in mezzo a una strada. Così, senza pietà: se no stavo a casa a fare la mamma”. Fuori è già buio, dentro sta cominciando l’ennesima riunione dei Cinque Stelle: mancano quindici ore all’incontro con Pier Luigi Bersani e Roberta Lombardi prepara la resistenza. Senza pietà, sì. Ma pieni di paura.

Questa mattina, alle 10, si accende la telecamera sulle consultazioni: i due capigruppo si presenteranno accompagnati da Claudio Messora, il consulente per la comunicazione fedelissimo di Grillo (che non ci sarà, anche se ha sentito al telefono Crimi e Lombardi). Sarà tutto alla luce del sole, hanno chiesto i grillini, “non abbiamo nulla da nascondere”: ieri sera hanno votato all’unanimità il loro no alla fiducia ai democratici. Ma il terrore che il leader Pd possa prenderli in contropiede si camuffa a fatica. Lo ha già fatto con i nomi di Grasso e Boldrini, partoriti nottetempo. E se adesso si presenta con una squadra del genere che gli diciamo? Se alla guida lascerà se stesso, il no dei Cinque Stelle è senza esitazioni, ma se torna da Napolitano e fa un passo indietro, il piano G comincia a scricchiolare. “Noi possiamo spiegare senza problemi ai nostri elettori perché non votiamo la fiducia a Bersani – spiegano alcuni senatori appena usciti dalla riunione di gruppo – Ma se arrivano altri nomi, un altro no non potrebbero capirlo”.

Sono disorientati, stanchi, confusi. Di nuovo, come era già successo prima del voto su Grasso, qualcuno alza la voce, nella stanza al terzo piano di palazzo Madama. Uno a uno, ancora una volta, hanno discusso con i colleghi della posta in gioco. Di dare la fiducia a Bersani non se ne parla nemmeno, ma se il governo va incontro alle richieste dei Cinque Stelle “che facciamo – domanda una senatrice – andiamo a casa così? Rischiamo di fare la figura degli irresponsabili…”. Hanno capito di essere finiti in un ingorgo, sono lì, fermi, incapaci di distinguere se sia meglio sperare nell’inciucio (“Il governo se lo facciano loro”, ripetono) o se questa sia l’occasione irripetibile che sta scappando di mano. Per questo sono in tanti a fare il nome di Napolitano. Sarà che è piaciuto anche a Grillo, che non lo chiamano più Morfeo, ma sotto sotto sperano che li richiami al Colle.

“Noi domani (oggi, ndr) con Bersani non possiamo fare altro che ribadire la nostra posizione: lui ha avuto l’incarico e a lui diciamo no”, spiega il senatore Sergio Puglia. “La palla adesso è in mano a Napolitano, è dal Colle che possono arrivare nuovi nomi – ragionano sempre al Senato – Se torniamo su, ne riparliamo”. Da Bersani non accettano altre proposte, ma se risalissero al Quirinale, lasciano intendere, potrebbero finalmente tirar fuori una lista di persone di loro gradimento. E forse accettare anche che nel “governo a Cinque Stelle” che chiedono dal primo giorno, possano entrare perfino figure che piacciono anche al Pd. “Personalità estranee alla politica – chiarisce Matteo Dall’Osso su Radio24 – Non abbiamo fiducia, non deleghiamo più il nostro futuro ad una persona politica . Lui è stato ministro dell’Industria e non delego una persona così. Non la diamo la fiducia a lui, se vuole crea un governo con personalità superpartes, che ne sanno del proprio lavoro, non legate ai partiti. Se vogliono metterci in difficoltà devono fare così”.

E’ una linea che non tutti condividono. Alla Camera, per esempio, sono in tanti a non voler cedere nemmeno di un millimetro: “Anch’io sento il peso della responsabilità – spiega la deputata Carla Ruocco – Ma noi dobbiamo uscire a testa alta. Non possiamo accettare nemmeno le foglie di fico: ci trascinano nel compromesso, cosa faremmo se un giorno ci dicessero ‘i rimborsi li tagliamo ma solo del 50 per cento’?”

Anime che si scontrano nel chiuso delle sale riunioni, quelle dove la diretta streaming non c’è. Ma che cominciano ad essere difficili da contenere. Ieri, all’ora di pranzo, la lite è esplosa sul primo gradino delle scale che portano alla mensa. Roberto Fico, il napoletano vicinissimo a Grillo, e Tommaso Currò, siciliano di Catania, alzano la voce. “Io devo essere libero di esprimere il mio pensiero – grida Currò a Fico – tu non me lo puoi impedire”.

Twitter @paola_zanca

da Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2013