La storia della consultazione interna (o più semplicemente “fermento”, secondo le ultime ricostruzioni) nel Movimento 5 Stelle somiglia alle primarie del Pdl. È durata solo finché il capo si è stufato e ha detto basta. L’aut aut di Grillo, insieme alle dichiarazioni dei giorni precedenti (tra cui quel sinistro “Vogliamo il 100% del Parlamento”), suggeriscono che nel M5S prevarrà l’intenzione di tornare alle urne per prendere qualche voto in più e magari ottenere la maggioranza alla Camera, che non risolverà certo il problema della governabilità. Un grammo di potere in più insomma, con buona pace dei programmi, delle riforme e, infine, dei cittadini. Una logica assai poco rivoluzionaria, che ricorda da vicino quella dei “vecchi partiti”.

Ci sono strade diverse? Sì che ci sono. Il risultato delle elezioni ha consegnato al M5S e al Pd una occasione forse irripetibile per cambiare il futuro del paese, in uno dei momenti più difficili della nostra storia recente. Se Grillo e i dirigenti del Pd non riusciranno, o peggio non vorranno, trovare un accordo, si assumeranno una responsabilità grave davanti alla storia.

Responsabilità che andrà divisa equamente tra i due schieramenti. Con gli otto punti di Bersani il Pd ha fatto un passo avanti, ma tanti altri ne deve ancora fare per guadagnare credibilità agli occhi degli elettori e degli eletti del M5S. Non solo sul piano dei programmi ma anche nei comportamenti politici e nella comunicazione.

Il Pd ha sbagliato a non parlare, prima delle elezioni, ai cittadini che hanno scelto 5 Stelle. Non degnando di alcun interesse la loro indignazione per i costi della politica, per esempio. Certo, i costi della politica sono irrisori rispetto alle esigenze del bilancio dello Stato, ma non è questo il punto. Ridurli contribuirebbe a ripristinare la fiducia nelle istituzioni, un risultato che avrebbe valore inestimabile.

Non si tratta di demagogia. Nelle democrazie il pagamento delle tasse si basa sulla diffusione di uno spirito di fiducia e cooperazione, prima ancora che su meccanismi di controllo e di sanzione. Un sistema tributario percepito come iniquo – perché discrimina certe categorie sociali, o perché serve a finanziare spese pubbliche inutili – distrugge fiducia e coesione sociale. Due risorse fondamentali per affrontare lo sforzo collettivo richiesto da una crisi senza fine. Il Movimento 5 Stelle questo lo ha capito. Il Pd no.

Quello dei costi della politica è solo un esempio. Sono sicuro che gli elettori del M5S troverebbero tanti altri fondati e condivisibili motivi per non fidarsi del Pd, e che quelli di centrosinistra ne avanzerebbero altrettanti su Grillo. Ma non è questo il momento delle accuse reciproche. Il nuovo Parlamento è fatto così, e non è certo il peggiore dei parlamenti possibili. Il Parlamento precedente, in cui almeno all’inizio Berlusconi aveva la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, per esempio era peggio. E col ritorno alle urne potrebbe tornare anche quella situazione.

Non bisogna fare terrorismo sostenendo che, senza un accordo, il paese sprofonderà nella catastrofe economico-finanziaria. Bisogna ascoltarsi e venirsi incontro perché, per la prima volta dopo un ventennio di dominio berlusconiano della nostra vita pubblica, in Parlamento esiste in teoria una maggioranza che può realizzare riforme fondamentali per il futuro del paese.

Contrastare tutti i conflitti di interesse (non solo quelli di Berlusconi), ripristinare la concorrenza nei mercati dell’informazione e della pubblicità, tagliare severamente i costi della politica per restituire ai cittadini fiducia nelle istituzioni, avviare politiche anticicliche che diano respiro all’economia – e soprattutto ai cittadini – dopo i danni di una stagione di cieca austerità. Sono solo degli esempi, ovvio: è possibile citare tanti altri interventi che si devono, e soprattutto si possono, realizzare. Non sprechiamo questa occasione, sarebbe un peccato.