L’Ilva di Taranto ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per 6417 operai per procedere alle opere di adeguamento previste nell’autorizzazione integrata ambientale rilasciata il 27 ottobre 2012 dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini. L’annuncio è contenuto in un documento di 18 pagine consegnato qualche ora fa ai sindacati. Nel documento l’azienda ha dettagliato il piano di interventi che, per la prima volta nero su bianco, l’Ilva ha stimato in 2250 milioni di euro. Gli impianti soggetti a interventi tra il 2013 e il 2015 sono il reperto Agglomerazioni, per il quali l’Ilva ha stanziato 210 milioni di euro per la sistema di filtri a tessuto e nuovi impianti di depolverazione. Per il reparto Acciaieria, invece, gli adeguamenti costeranno circa 55 milioni di euro.

Il maggior investimento è quello per il reparto Cokerie: 860 i milioni di euro previsti per rifacimento strutturale, costruzione di nuovi impianti di controllo e raffreddamento e soprattutto un nuovo sistema chiamato “Coke dry quenching” per lo spegnimento del carbone coke e la riduzione delle emissioni in atmosfera (500 milioni). Quello che stupisce è che per la copertura dei parchi minerali, ritenuti inizialmente anche dal ministro Clini, l’operazione più costosa e quasi irrealizzabile, l’Ilva abbia previsto una spesa di 300 milioni di euro di cui 200 per la copertura dei parchi primari e secondari. Il rifacimento degli altiforni 1 e 5 e una serie di altri interventi costeranno 400 milioni di euro. Infine altri 425 milioni di euro per interventi definiti ‘generali’ che comprendono anche i sistemi di monitoraggio ambientale dell’aria, la copertura e chiusura dei nastri trasportatori. Nel documento, inoltre, l’Ilva ha precisato che non ci sono al momento esuberi strutturali, scongiurando almeno per ora il rischio di tagli e licenziamenti.

Nello stabilimento siderurgico di Taranto, nel dettaglio, il ricorso alla cassa integrazione straordinaria coinvolgerà dal prossimo 3 marzo, 27 quadri, 675 impiegati, 380 equiparati e 5335 operai. Il personale appartiene a tutte le aree dello stabilimento: dall’area a caldo all’area a freddo. Ma il ricorso alla cassa integrazione coinvolgerà per numeri minimi anche gli stabilimenti di Patrica e Torino, rispettivamente con 67 e 23 lavoratori. La decisione arriva all’indomani dell’ordine impartito dalla procura della Repubblica ai custodi giudiziari per la commercializzazione dei prodotto. Dopo l’ok del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, infatti, ai custodi spetterà il compito di evadere le richieste di acciaio bloccato il 26 novembre. Circa un milione e 700 mila tonnellate del valore di 800milioni di euro che al termine delle operazioni di vendita finirà in un fondo vincolato e non nelle casse del Gruppo Riva.

“Le cifre indicate dall’azienda per la cassa integrazione – ha commentato il segretario provinciale di Taranto della Uilm, Antonio Talò – ci sembrano decisamente eccessive. In ogni caso faremo di tutto perché il peso di questa situazione non ricada tutto sulle spalle dei lavoratori”. In mattinata da Bari, Angelino Alfano ha minacciato che di fare “tutto quello che si deve per evitare che siano i pubblici ministeri e la magistratura a dettare la politica industriale del nostro paese. Ciò sta avvenendo per l’Ilva, per Finmeccanica, per l’Enel e l’Eni: tutto quello che si è verificato in questi mesi – secondo Alfano – è qualcosa di gravissimo che riteniamo non sia da grande paese industriale e che ci rende più deboli rispetto a quello che è l’appetito dei concorrenti stranieri nei confronti delle nostre imprese nazionali”.