Tolleranza zero sulle mutilazioni genitali femminili: dopo la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu sulla messa al bando universale di questa pratica, a Roma si definiscono i passi per tradurre in concreto il divieto. Gli attori che sono stati in prima linea nella battaglia, sono riuniti – prima al Senato, poi al ministero degli Esteri – per dare efficacia e concretezza all’appello della comunità internazionale. “Ban Fgm -sì al diritto, no all’impunità”, la conferenza internazionale organizzata dal partito radicale  e “Non c’è pace senza giustizia”, mette a confronto rappresentanti di Stati africani, ambasciatori e attivisti del diritti dell’uomo: obiettivo arrivare, entro il 2015, alla ‘tolleranza zero’ di una pratica che ha menomato fino a 140 milioni di donne e bambine in tutto il mondo e mette ogni anno a rischio 3 milioni di potenziali vittime.

Le mutilazioni genitali femminili comportano l’escissione (l’asportazione parziale o totale) degli organi genitali femminili esterni della donna. Un’aggressione dei diritti umani, un abuso – come ha detto il presidente del Consiglio Mario Monti, intervenuto per esprimere l’interesse “altissimo” del governo italiano al problema – irreparabile e irreversibile”. Le mutilazioni genitali comportano complicazioni sanitarie a breve e lungo termine gravissime: infezioni, emorragie (con shock settici e persino, a volte, la morte), stenosi vaginale, problemi di infertilità ma anche complicazioni post partum (perché la minore elasticità nella zona perineale aumenta la mortalita’ perinatale e della stessa puerpera: su 1000 donne che partoriscono, da 10 a 20 muoiono in conseguenza delle mutilazioni).

Ora si vuole sradicare un flagello così disumano e arrivare all’eliminazione di questa pratica inutile, dolorosa e pericolosa. “Questa è un’occasione di celebrazione” (la risoluzione è stata approvata il 20 dicembre 2012 e mercoledì 6 febbraio si celebrerà la Giornata Internazionale contro le mutilazioni), ma anche di rilancio, coordinamento e definizione di nuove iniziative perché la risoluzione Onu sia riconosciuta e applicata”, ha spiegato, aprendo i lavori a Palazzo Giustiniani, il vicepresidente del Senato, Emma Bonino. “Oggi è un punto di partenza, dobbiamo tradurre in pratica la risoluzione Onu”, le ha fatto eco Antonio Tete, osservatore permanente dell’Unione Africana all’Onu. L’obiettivo della conferenza, ha sintetizzato il segretario di ‘Non c’è pace senza Giustizia’, Niccolò Figà-Talamanca è la riflessione su temi riguardanti l’adozione di leggi nazionali (gli elementi da inserire in leggi efficaci), ma anche la prevenzione, l’educazione, la dissuasione, la protezione, il perseguimento dei responsabili e l’assistenza alle vittime; e poi, la riflessione sui piani e le strategia nazionali successive all’adozione di leggi e su come assicurare, nel contesto delle migrazioni, il coordinamento tra Paesi limitrofi, considerata la dimensione transfrontaliera del fenomeno

Numerosi i rappresentanti dei governi africani presenti a Roma, alcuni dei quali arrivati da Paesi che sono stati “la punta di lancia” della battaglia (Burkina Faso, Benin, Niger, Costa d’Avorio, Mali). Dalla discussione è emerso che passi in avanti ci sono stati, ma che ora occorre affrontare il problema su più fronti. Occorre adottare un approccio “olistico”, ha spiegato il ministro nigerino per la condizione delle donne, Maikibi Dandobi: l’educazione delle donne in primis (per far capire che si tratta di pratiche pericolose per la salute), la sensibilizzazione del contesto sociale (gli operatori culturali, ma anche le istituzioni: polizia, pubblici ministeri, giudici), la definizione di compensazioni economiche per la perdita di reddito dei responsabili delle pratiche; e in Niger, questo flagello e’ sceso dal 5% al 2,2% grazie a queste diverse strategie.

“E’ un approccio che deve interessare tutti gli elementi della società: le ragazze, le famiglie, i leader religiosi e tribali, le istituzioni internazionali”, ha osservato Nestorine Sangare, ministro per la promozione della donna in Burkina Faso, uno dei Paesi pionieri nella battaglia (la pratica è scesa dal 68% al 49% dal 2006 ad oggi). Anche in Benin, come ha raccontato Fatouma Djibril, ministro della famiglia del Benin, il ‘modello’ ha funzionato: nel 2002 una donna su cinque aveva una qualche forma di mutilazione; ma dal 17%, si è scesi al 13% nel 2006 e all’8% nel 2012, grazie a una campagna di sensibilizzazione della popolazione promulgata: prima con una legge del 2003 e poi con un’altra, più specifica, nel 2012, tradotta nei 12 idiomi nazionali per sensibilizzare una popolazione per il 50% analfabeta; è stato anche prodotto un documentario dal titolo eloquente, ‘Il sacrificio sull’altare dell’ignoranza’. “La risoluzione – ha continuato la Sangare – è l’inizio, ma non basta: bisogna agire sul campo, sensibilizzare e creare il confronto tra gli attori, farsi carico delle vittime”. “Insomma – nelle parole della Bonino – occorre continuare una campagna che e’ la somma di molte azioni che si svolgono nei luoghi piu’ impensati: dai villaggi nelle foreste al Palazzo di Vetro”