Io appoggio Ingroia – e Borsellino, e Falcone, e gli altri che hanno onorato la giustizia italiana – da quando faccio questo mestiere, e cioè circa trent’anni. E tanto li ho appoggiati, da essermici giocato la carriera.

Questo non significa che debba appoggiarli acriticamente sempre e comunque. A Ingroia rimprovero di aver voluto a capolista, ad esempio, la Alfano o la Bonino senza chiedere in alcuna forma (primarie, sezioni di partito, giro di telefonate) l’opinione di nessuno. Senza parlare dei révenant Diliberto e Di Pietro.

Votarlo? Forse sì, ma come si vota un partito, al meno peggio, senza illusioni. La società civile è un’altra cosa.

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Maledetti partiti, maledetto piddìmenoelle. Eppure Crisafulli, in Sicilia, l’ha cacciato il partito, non la “ggente”. Migliaia e migliaia di onesti e incolpevoli cittadini l’avevano entusiasticamente votato alle primarie e adesso, per ripicca, voteranno magari per Pannella, Storace o Beppe Grillo.

Voterei Bersani, a questo punto (non fosse che per il buon gusto di non mettersi il nome sulla scheda) se solo pronunciasse una volta la parola “operaio”. Ma questo, poveretto, non lo può fare. E anche l’ottimo Vendola, per andare alle fabbriche, ha dovuto aspettare le elezioni.

Io nazionalizzerei la Fiat domattina, per quel che ormai vale; e  farei cinquemila cooperative coi beni confiscati non solo ai mafiosi, ma agli intrallazzisti e agli speculatori. La mia Costituzione (articoli 41 e 42: “economia pubblica e privata indirizzata e coordinata a fini sociali”, esproprio “per motivi d’interesse generale”) sembrerebbe abbastanza d’accordo, tutto sommato; ma è maleducazione parlarne.

Va bene, allora: al meno peggio.

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