C’è un filo che lega l’orripilante lingua-in-bocca tra il libertario col codino, digiunatore mediatico compulsivo, Marco Giacinto Pannella e il massiccio fascistone alla vaccinara Francesco Storace con l’eliminazione annunciata dal terminator Beppe Grillo dei residuati sindacali, ancora impegnati a presidiare i diritti del lavoro?

Tale filo di continuità può essere scorto nella tradizione del “lasciatemi divertire” cara al poeta futurista Aldo Palazzeschi. Tradizione italiana che si fa beffe della serietà seriosa, già rinverdita dall’arci futurista Berlusconi e che ora viene ulteriormente rilanciata dalle performance di comici mummificati o riciclati. L’irresponsabilità come marchingegno di irrisione. Anche se – per inciso – nel caso dell’ultima boutade grillesca sono proprio curioso di vedere come questa volta se l’arrangerà il giustificazionista perinde ac cadaver (nonché a tutela del proprio audience) Scanzi.

Futurismo contro grigiore, questa la chiave per decifrare lo scontro politico in atto? Tipo l’Antonio Ingroia che, nel migliore revival possibile della Commedia dell’Arte, fa la caricatura dei partiti acchiappatutto offrendo candidature a destra e manca; ultima quella a Emma Bonino, in gramaglie per l’ennesima follia del compagno politico di una vita (che –diciamolo – non ha mai saputo tenere a bada; secondo il peggiore stereotipo della moglie-vittima condiscendente).

Certo è che “i grigi” ce la mettono davvero tutta per offrire il fianco all’irrisione futurista, portando in piena luce con altrettanta incoscienza quali sono i meccanismi arrugginiti con cui pretenderebbero di costruire la loro presa del potere. Il Pd del titubante e sempre un po’ autolesionista Pierluigi Bersani, il quale si premura subito di annunciare lo stralcio già dell’ipotesi di patrimoniale, nella pretesa di inseguire un consenso (i fantomatici ‘moderati’) che non si farà mai raggiungere; in quanto affetto da atavici sospetti verso chi potrebbe minacciargli ‘la roba’, magari con timide politiche distributive. Per non parlare del coagulo di Mario Monti, all’insegna della sobrietà europeista, che assembla l’intero parco del banale al napalm reperibile su piazza: da Pierferdinando Casini a Pietro Ichino, dall’azzimato Luca Montezemolo allo smutandato Gabriele Albertini (che ora – sulla scia del cardinal Bagnasco – con quella sua vocina chioccia inveisce contro i matrimoni omosessuali).

Se così stanno le cose, la scelta di febbraio si riduce all’alternativa secca tra futurismo e grigiore. Tra rottura e continuismo.

Ossia, per ognuno di noi una questione di scelta circoscritta al proprio foro interiore, tra livelli di personali insofferenze: cos’è più sgradevole tra le pagliacciate di avventurieri o la protervia dei gestori del potere (per conto terzi: i mercati finanziari, i burocrati di Bruxelles… mettete voi chi vi spiace di più)? Dunque, un’alternativa che ben poco attiene alla rifondazione democratica del Paese attraverso il rinnovamento politico. Semmai presenta aspetti di politica politicante per quanto riguarda l’esito presumibile della consultazione: visto che grazie al sistema “porcellum” (da tutti esecrato ufficialmente, quanto pervicacemente preservato) è molto probabile che ci ritroveremo almeno un ramo del Parlamento – il Senato – ingovernabile per avvenuta balcanizzazione. A quel punto il Pd sarà obbligato a perseguire una strategia, più o meno dichiarata, di alleanze collusive tipo la recentissima ‘Grande Coalizione ABC’: se con Berlusconi o con Monti in pole position lo stabiliranno le urne.

Un risultato che magari non dispiacerà troppo a un partito di maggioranza che continua a essere affetto dalla “sindrome del figlio di un dio minore”, ma che consacrerebbe per l’eternità l’inestirpabile attitudine di questo sistema politico a procedere per inciuci, per transazioni al ribasso; moralmente e civilmente.

Sicché lo tsunami futurista avrebbe il vantaggio di spazzare via un po’ di brutture: magra consolazione, con il solo vantaggio di costringerci a ragionare sul dopo.