La Rai non dimentica ogni giorno, più volte al giorno, di ricordarci di pagare l’abbonamento Rai entro il 31 gennaio. 113,50 euro per 14 canali in chiaro, 24 ore su 24, “la maggior offerta gratuita d’Europa”. In effetti, 0,31 centesimi al giorno. Eppure, la “tassa più odiata dagli italiani”. Una ragione ci sarà, anzi forse più di una, anche in contrasto fra di esse, ma prevale quella che induce o comunque consente al 41% delle famiglie italiane di negare ‘alla Rai’ quei 31 centesimi al giorno. Una percentuale di evasione – l’86% in Campania, Calabria e Sicilia, e, per quello che riguarda le imprese, il 97% – che si concretizza nel mancato pagamento e per la Rai in un mancato introito di ben 550 milioni di euro l’anno.

Questa diffusa renitenza è consentita dalla mancanza di un automatismo che preveda controlli e sanzioni immediate per gli evasori. E’ giustificata spesso dalla mancanza di disponibilità economica. E’ dovuta perlopiù a una inveterata e difatti diffusissima attrazione per l’evasione fiscale. Probabilmente soddisfa anche, confusamente, un esteso risentimento nei confronti della politica e/o dello Stato. Per tutte queste cose messe insieme, il fenomeno appare comprensibile e, per alcuni, persino giustificabile.

Ma se ci si negasse all’esborso di 31 centesimi al giorno per ‘punire’ la Rai, questo atteggiamento risulterebbe immotivato e sostanzialmente improduttivo, se non dannoso per gli stessi evasori.

Primo, perché – fermi restando gli attuali e spesso deprecati livelli di efficienza/inefficienza del servizio pubblico – il mancato introito riduce proporzionalmente qualità e quantità dei programmi.
Secondo, perché comunque si tratta di mancato introito per un pezzo di ‘pubblico’ che collettivamente è sostenuto.
Terzo, perché si determina un’odiosa ingiustizia fra chi paga e chi non paga.
Quarto, perché in realtà quello che la stessa Rai chiama impropriamente e autolesionisticamente ‘canone Rai’ è – come più correttamente si legge nella lettera inviata in questi giorni dall’Agenzia delle Entrate alla gran parte delle famiglie italiane – ‘abbonamento alla televisione’ o ‘abbonamento TV’. E quei 31 centesimi al giorno non garantiscono solo il legittimo godimento dei 14 canali Rai: vanno infatti pagati da “tutti che loro che detengano un apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive”. E in particolare di tutte le trasmissioni televisive ‘in chiaro’, comprese quelle di Mediaset e La7.

Proprio così. E non si tratta solo di un escamotage verbale per togliere pretesti all’evasore o per addolcire la pillola della ‘tassa Rai’. Il ricavato del canone va sì, in effetti, alla Rai ma solo in base a una ripartizione del monte-risorse complessive del settore – determinata dalle normative ad personam, a cominciare dalla Gasparri – che consente a Mediaset di incassare tutta la pubblicità che vuole e può, e alla Rai appunto di incassare il canone e, con un tetto, la pubblicità. In sostanza, il canone va così al ‘sistema’ e, indirettamente, anche agli altri soggetti del sistema, a cominciare da Mediaset, che non a caso ha sempre registrato ricavi (con la pubblicità) complessivamente equivalenti quando più alti di quelli complessivi della Rai (canone più pubblicità). Anche nel 2012 Mediaset si è così accaparrato il 63% dell’intero mercato pubblicitario televisivo, vale a dire miliardi 2,048 e la Rai solo il 21%, vale a dire 680 milioni. Situazione che prevede, appunto, che ad essa vada in compenso il miliardo e mezzo annuale del canone.

Con tutto questo non si vuol dire che il canone sia bello e giusto. O che la Rai sia il migliore dei servizi pubblici radiotelevisivi. Ma più semplicemente, perché si sappia e si tenga presente, che con quel canone non paghiamo solo per la ricezione dei programmi Rai ma ci abboniamo ‘alla televisione’ nel suo complesso, e che di esso ha beneficiato in tutti questi anni e continua a beneficiare di fatto la Tv di Berlusconi.