Diversi quotidiani nazionali, nelle pagine romane, dedicano ampio spazio alla notizia del ritrovamento di un nuovo, importantissimo, monumento dell’antichità, “nel cuore della città”. L’Auditorium di Adriano, l’“imperatore-costruttore”. Un risalto giustificato anche dalla sua promessa valorizzazione, attraverso la musealizzazione all’aperto. In realtà un complesso noto almeno dal 2009. Anche al grande pubblico.

Era tutto nato con una polemica. Nel novembre del 2008. I lavori per la realizzazione della fermata e le uscite della Linea C della metropolitana in Piazza Venezia, avevano costretto all’abbattimento di dieci piante secolari, cinque pini, due palme, due cipressi e una quercia a Piazza Madonna di Loreto. Tra la Chiesa di Santa Maria di Loreto e via dei Fornari. Gli ambientalisti a gridare le loro ragioni contro quello scempio. Inutilmente. Nel frattempo, nello stesso anno, un primo sondaggio accanto alla chiesa di Santa Maria di Loreto, aveva rivelato una scala monumentale, con gradini che l’allora Soprintendente archeologo di Roma, Angelo Bottini, dichiarò sembrare “fatti più per stare seduti che per essere saliti”. Un primo significativo indizio.

Poi l’avvio delle indagini archeologiche sulla piazza liberata dagli alberi e recintata. In un settore di estremo interesse per quanto concerne il tessuto urbanistico della città antica, trovandosi nelle immediate vicinanze del monumentale complesso del Foro di Traiano. Peraltro sorprendentemente “poco esplorato” in passato.

Nel 2009 la scoperta di un’altra scalinata, consorella di quella individuata due anni prima, proprio di fronte. Scoperta e purtroppo nascosta sotto il palazzo delle assicurazioni in cui era stata inter­rata. Lo spazio compreso tra le due gradonate, ampio circa tre metri,  pavimentato in lastre rettangolari di granito grigio incorniciate con giallo antico. Le due gradonate situate all’interno di un’aula rettangolare lungo i lati Nord e Sud, costituite entrambe da sei gradini, e contenute ai lati da parapetti marmorei. Una seconda aula, posta a sud della sala centrale, separata da essa da un cuneo al cui interno sono collocate le scale per accedere al piano superiore. Il rinvenimento in situ e tra il materiale di crollo di numerosi laterizi bollati recanti le coppie consolari del 123 d.C. e del 125 d.C. consentiva di porre la costruzione di entrambe le aule nella piena età adrianea. Elementi che hanno fatto ipotizzare da subito all’archeologo Roberto Egidi, della Soprintendenza di Roma, di trovarsi davanti all’esatta riproduzione dell’Athaeneum che l’imperatore Adriano aveva fatto erigere ad Atene, accanto alla grande biblioteca costruita nel 132 d.C. Poi il proseguo degli scavi. Fino a pochi mesi fa. Il quadro ormai chiaro. Certamente dal punto di vista dell’articolazione planimetrica dell’edificio. Forse non del tutto per quanto riguarda l’interpretazione funzionale. L’edificio, costituito da tre aule, con pareti alte 20 metri, si estendeva su 1500 metri quadrati. 
Le ragguardevoli dimensioni, la ricchezza della decorazione interna e l’alto livello della tecnica costruttiva sono elementi che conferiscono a questo complesso un carattere dichiaratamente pubblico e monumentale. L’assetto planimetrico richiama categorie architettoniche connesse all’esercizio di attività culturali come gli auditoria, luoghi in cui si svolgevano recitationes e lezioni di retorica.

E’ dunque assai probabile che possa essere identificato proprio con l’Athenaeum adrianeo. Che però le fonti datano al 135 d. C. Quindi un decennio circa dopo le indicazioni fornite dai bolli laterizi scoperti. Slittamento cronologico che non inficia la supposta interpretazione. Un monumento del quale nessuno  conosceva l’ubicazione esatta. Neanche la “Forma Urbis”, la pianta monu­mentale marmorea di Roma imperiale fatta all’epoca di Settimio Severo e di cui si conser­vano importanti frammenti, ne certifica la presen­za.

Un monumento che, secondo consuetudine in ambito urbano, ha subito numerosi utilizzi. Cambiamenti di funzione. Da quando iniziarono le spoliazioni nel VI secolo d. C. Prima forse Zecca bizantina per la produzione di monete bronzee. Successivamente una necropoli. Infine un ospedale.

Terminate le indagini e gli studi avranno inizio le opere di restauro. Per le quali sono previsti almeno tre anni e, soprattutto, un milione di euro. Intanto, si dice, arriveranno presto i pannelli didattici. Necessari per fornire le informazioni essenziali sul monumento, farne capire i mutamenti nel corso dei secoli.

Insomma la notizia sembra riguardare non tanto lo status quo del complesso antico. Riconosciuto unanimemente come di straordinaria importanza per l’archeologia romana. Quanto la vita futura. La possibilità che esso dopo essere appannaggio esclusivamente degli addetti ai lavori, possa trasformarsi davvero in Bene Comune. Divenga fruibile ai più.

A destare comprensibile perplessità è proprio questa fase. I tempi e le risorse necessarie. Tante volte è già accaduto che resti unici nel loro genere, terminate le indagini, siano rimasti a lungo rinchiusi in recinti che si era promesso provvisori. Testimonianze estremamente significative, sostanzialmente alienate alla visita. Se non alla vista. Non allontanandosi troppo da Piazza Madonna di Loreto, quel che ancora succede lungo via dei Fori imperiali, all’altezza della Basilica di Massenzio. Dove sono resti del Foro della Pace, individuati diversi anni fa, attendono ancora di essere resi accessibili al pubblico. In quanto ai fondi, dei quali si è sempre alla spasmodica ricerca per qualsiasi intervento riguardi i nostri Beni Culturali, non si può che sperare che sia possibile reperirli. Nell’attesa vien da pensare, quasi con rabbia, alle spese dissennate che la politica ha praticato negli ultimi anni. Ma anche alle risorse mal impiegate da funzionari, non sempre adeguati, del Ministero dei Beni Culturali. Intanto l’archeologia, anche a Roma, riacquista la scena