Mi è stato domandato se faccio una selezione, io, di questi lavori che propongo. Rispondo che non posso. Mi limito a scartare quelli illeggibili, a dare qualche consiglio, a correggere qualche refuso. Stop. Lavoro in un piccolo giornale, poi cerco di leggere e di vivere perché se non vivo mi serve a poco leggere, se voglio scrivere. E ormai la scrittura (non parlo di pubblicazione ma di scrittura) fa parte della mia vita.
Occorre il tempo (tanto tempo) che non ho per fare delle valutazioni attente. E poi non è facile, per niente, esprimere dei giudizi.

In un racconto Pontiggia descrive una mattinata di un editor in una casa editrice. Legge manoscritti, non trova nulla di interessante, Poi si imbatte in qualcosa che, perlomeno, è diverso. Ha qualcosa. Ma è anche… strano, complesso. Decide di andarsene. L’editore, vedendo che se ne va, gli domanda: Trovato nulla? E lui. No. Poi aggiunge: Ma forse sì, un manoscritto, però senza ritmo, comunque ben scritto.
Che manoscritto?, domanda l’editore.
E lui, indicandoglielo: Quello.
E l’editore: Ma è una nuova traduzione di Delitto e Castigo.
Pontiggia non voleva fare dell’ironia. Voleva solo dire che leggere è un incontro: punto facile.
Ed ecco la terza proposta.
Buona lettura.

        MALEBOLGE

        un giallo rinascimentale

di Luca Arnaù

Luogo è in Inferno detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge…

PROLOGO

Firenze, 16 febbraio 1481, posto e ora imprecisata.

Sapeva di essere in trappola. Quando aveva ripreso i sensi si era ritrovata nuda, con i polsi legati così stretti da renderle le mani insensibili, appesa al soffitto con un gancio da macellaio in una stanza di pietra senza finestre. Per quanto tempo era rimasta svenuta? Forse abbastanza perché la stessero già cercando. Lei era Lucrezia Della Torre, una delle ragazze più note di Firenze. Suo padre messer Alfonso Orso Della Torre era uno dei consiglieri di Lorenzo de Medici. Sicuramente avrebbe rivoltato la città pur di riportarla a casa sana e salva. E poi proprio non poteva morire a diciassette anni. Aveva ancora tutta la vita davanti. Era troppo brava, troppo ricca, troppo bella perché potesse succederle qualcosa di male.

Provò a pensare. Se voleva riuscire a scappare, doveva impedire al panico di annebbiarle le idee. Cosa le era successo? Ricordava poco del momento in cui era stata catturata. Stava tornando a casa insieme a Monna Bernarda, la sua fantesca. Non si erano accorte di essere seguite. Ricordava una voce che la chiamava dall’androne di un palazzo immerso nell’ombra della sera. Lei non aveva fatto in tempo a voltarsi. Aveva sentito un colpo forte alla testa e il mondo intorno a lei era svanito nel nulla. Si era risvegliata lì, in quella cella.
Un rumore la strappò ai suoi pensieri facendola precipitare nella disperazione. Prima il cigolio di una porta che si apriva. Poi dei passi. Giù o su per una scala di legno. Qualcuno stava arrivando. Provò a saggiare con tutta la sua forza la corda che le straziava i polsi. Ma non servì a nulla. Nessuna possibilità di fuggire. Mentre i passi si facevano sempre più vicini, tutto il suo coraggio e la sua certezza di essere salvata si dissolsero come neve al sole. Urlò disperata. Poi ammutolì quando l’uomo entrò nella cella. Il suo urlo si spense in una sorta di sommesso guaito d’orrore.
Il suo rapitore indossava una lunga tunica nera. E in testa calzava una maschera di pelle con le fattezze di un demone.
«Vi prego Messere, liberatemi… non dirò nulla.» Lucrezia provò a pregarlo. In fondo lei sapeva bene come trattare con gli uomini, come modulare la voce per far fare loro tutto quello che voleva. Come sedurli per ottenerne i servigi. Si impegnò a fondo cercando persino di regalare al suo carceriere uno di quei sorrisi con cui aveva ammaliato decine di pretendenti alla sua mano. Ma lui parve non accorgersene neppure. Rimase immobile sulla soglia a guardarla. Il suo comportamento non lasciava trasparire alcuna lussuria, sembrava più quello di un macellaio che osserva la bestia che sta per uccidere. Avanzò di qualche passo verso di lei. Ora poteva osservare i suoi occhi. Ne vedeva l’iride scuro come una pozza d’acqua sporca, le macchie giallastre e le venuzze rossastre che gli segnavano la sclera.
«Messere, se mi riporterete a casa mio padre vi coprirà d’oro.» Nulla. Nessuna reazione. Lucrezia aveva l’impressione che lui neppure udisse le sue parole. «V’imploro Signoria, non uccidetemi…». L’uomo allungò le mani fino a sfiorarle il viso. Aveva la mano fredda. Le accarezzo la guancia, poi scese sulle spalle rese doloranti dalla scomoda posizione in cui era costretta. Con il palmo gelido le soppesò il seno stringendolo appena. Poi le afferrò un capezzolo tra le dita e strinse forte facendole mancare il fiato dal dolore. La ragazza cominciò a singhiozzare.
«La mia famiglia è imparentata con Sua Signoria Lorenzo de Medici…» Lui le era così vicino che poteva sentirne il respiro pesante sotto il cappuccio. Provò a blandirlo. Sapeva di essere bella. Molto bella. Bionda, con due angelici occhi blu, la figura slanciata e armoniosa. Non aveva neppure dieci anni quando suo padre aveva cominciato a ricevere le prime proposte di matrimonio. Da allora aveva avuto pretendenti di ogni età e di ogni ceto sociale. Ricchissimi banchieri, mercanti, avventurieri. Artisti e poeti le avevano dedicato le loro opere bramando solo un suo sorriso. In realtà Lucrezia si era presto fatta la fama di donzella capricciosa, pronta a sedurre solo per il piacere di avere un nuovo servitore ai suoi piedi. Ma in fondo non aveva fatto nulla per meritare l’incubo in cui era piombata.
Facendosi forza con la sua bellezza e esibendo il suo corpo nudo come il più splendido degli abiti, tentò la sua ultima carta disperata. Nessuno fino a quel giorno aveva mai osato farle del male. La sua era stata una vita felice, protetta dall’immensa ricchezza e dal nome della sua casata. Cosa poteva volere da lei quell’orribile mostro se non la sua virtù? In fondo, lo sapeva, tutti gli uomini volevano quello dalle donne. Bene, lo avrebbe accontentato. Era disposta a giocarsi ogni cosa pur di uscire da quella situazione. «Fatemi qualsiasi cosa Messere. Non protesterò, né cercherò di sfuggirvi. Sono ancora vergine e inesperta, ma saprò darvi ugualmente piacere, vedrete. Non uccidetemi, ve ne prego…». Concedersi a lui era sicuramente la cosa giusta da fare. Una volta appagato, le avrebbe permesso di tornare a casa.
Pur di ascoltare da lei quelle parole, molti dei suoi pretendenti avrebbero volentieri dato la vita, ma il demone davanti a lei sembrò non accorgersene neppure. Le girò intorno fino a portarsi alle sue spalle. Di nuovo Lucrezia sentì la mano gelida del diavolo nero accarezzarle la schiena, scendere lungo le natiche sode, quasi volesse lisciarne le più piccole imperfezioni della pelle.
Poi per la prima volta udì la sua voce. Non una frase sensata. Solo una nenia gutturale e sorda: «Pape Satan, Asmodeus, Pape Satan Aleppe. Pape Satan Ishtar, Pape Satan Lucifero…» Parole prive di senso, ripetute come l’oscena parodia delle lodi gregoriane che sentiva cantare in chiesa. Un rapido movimento della mano a sciogliere un nodo e l’abito nero gli scivolò intorno al corpo, lasciandolo nudo di fronte a lei: aveva il fisico di un uomo di mezza età, la pelle bianca come la neve, il pene sottile e flaccido che gli penzolava tra le cosce scarne. Ma a far precipitare Lucrezia negli abissi dell’orrore fu la cosa che l’uomo portava avvolta intorno ai fianchi. Sembrava una normale cintura di pelle rossa, ma quando il demone la slacciò si rivelò per quella che era. Una frusta con quattro trecce di cuoio che terminavano con taglienti pendenti metallici.
«Pape Satan, Asmodeus, Pape Satan Aleppe…» Il demone nero fece schioccare il flagello in aria, poi si avvicinò a lei. E Lucrezia urlò. Prima di paura, poi di dolore. Sempre di più, sempre più forte. Mentre l’uomo la colpiva lasciando profondi solchi sanguinanti. Colpo dopo colpo, il dolore si fece sempre più intenso mentre lui infieriva senza pietà, martoriandola, strappandole dal corpo ogni centimetro di pelle, con il piccolo pene che ora era fiero ed eretto come un vessillo purpureo. Poi davanti agli occhi di Lucrezia calò il buio misericordioso che la strappò allo strazio.
«Pape Satan, Asmodeus, Seth, Ishtar…». Quando riprese i sensi l’uomo era chino tra le sue gambe. Le pareva di non provare più neppure dolore. Era insensibile, intorpidita. Sentiva solo un gran freddo. Il suo carnefice si era tolto il cappuccio. Con le dita stava disegnando una grande stella a cinque punte intorno ai suoi piedi. Sembrava immerso nel suo lavoro. Intingeva la mano nella pozza di liquido rosso che si era creata sotto di lei, poi segnava la pietra con i suoi strani simboli. Era il suo sangue. L’orrore la sopraffece. I colpi di sferza avevano lacerato la sua pelle come soffice seta mettendo a nudo carne e muscoli e il prezioso fluido vitale le scorreva in piccoli rivoli lungo le lunghe gambe fino a terra. Dalla sua bocca martoriata uscì un gemito. E l’uomo trasalì, stupito che lei fosse ancora viva. Si girò a guardarla. Lucrezia lo riconobbe subito.
«Voi, eccellenza? Voi siete amico di mio padre…». La sua voce era un sottile bisbiglio. L’uomo si alzò. Aveva il viso tutto impiastricciato del suo sangue, segnato da macabri simboli rossastri. Sulla fronte aveva disegnata una croce rovesciata. Aveva lo sguardo da folle. La fissò negli occhi senza lasciar trasparire alcun segno di pietà. E per la prima volta le rivolse la parola.
«Sta scritto, tu donna non indurrai il tuo uomo al peccato…» Quindi alzò nuovamente la frusta e la colpì, la colpì ancora fino a quando la sua anima fuggì dal suo corpo, da quell’essere infernale e da quella fredda prigione oscura.

CAPITOLO PRIMO

Anchiano (FI), 23 maggio 1481, tre mesi più tardi. Tarda mattinata. Casale di mastro Leonardo da Vinci

«Ora vi dimostrerò che l’uomo può volare. Sebbene Nostro Signore non lo abbia dotato di ali, se opportunamente sostenuto da mezzi meccanici, può gettarsi giù dalla cupola di messer Giotto per volteggiare poi sulla città senza pericolo alcuno…» Per un attimo Leonardo si beò dello stupore apparso sul volto dei suoi allievi. Quello del volo era sempre un argomento ricco di fascino anche se in realtà il maestro dubitava che in quella stanza ci fosse qualcuno disposto a considerarlo come un fatto scientifico e reale e non come una semplice favola. A parte il suo giovane e fido aiutante Iacopo Bencini detto il Bencio, un robusto adolescente di circa sedici anni dai lunghi capelli neri e dall’aria sveglia. Ma presto sarebbe riuscito a stupirli…
Da quando aveva deciso di prendere apprendisti a bottega, la passione per l’insegnamento non gli era mai mancata. La sua fama di inventore geniale, oltre che di pittore e scultore, aveva fatto sì che molte famiglie di Vinci e dintorni affidassero a lui l’educazione dei loro figli. Nello stanzone a pian terreno della grande casa colonica di Anchiano c’erano una decina di ragazzini, tutti tra i sei e i quindici anni. Erano seduti in terra, nel poco spazio lasciato libero da una collezione disordinata di oggetti: tele dipinte a metà, sculture iniziate e mai finite. E poi macchine di ogni tipo, argani, funi, viti, ruote e leve. Serpentine ed alambicchi, vasi contenenti liquidi e oggetti di ogni forma e colore. Un automa in armatura giaceva in un angolo, accanto al modellino di un carro da guerra. Una grande ala di legno e tela, simile a quella di un gigantesco pipistrello, occupava l’intera parete accanto al finestrone da cui si intravvedeva la campagna toscana.
Quella stanza, Leonardo lo sapeva, era l’allegoria della sua vita: geniale, piena, disordinata, spesso irrisolta. E i suoi piccoli allievi ne erano il centro. La sua piccola scuola gli serviva a campare il lunario e sentiva forte la responsabilità di regalare ai suoi giovani apprendisti la migliore istruzione possibile.
«Ora osservate…» Srotolò un foglio di carta di stracci coperto di disegni che rappresentavano ingranaggi, tiranti e carrucole. Al centro c’erano dipinte due ali meccaniche, simili a quella appoggiata alla parete: «L’uomo solca da sempre le acque. È normale osservare una barca che viaggia sull’Arno. Ma cosa succederebbe se vi capitasse di vedere un uomo, munito di ali, solcare il cielo come un’aquila? Nell’aria, come sull’acqua, si può galleggiare.» Nella stanza non si udiva più il minimo rumore. «Ora vi spiegherò la mia teoria…»
«Mastro Leonardo?» La voce lo interruppe. Sulla soglia c’era un uomo, una specie di gigante con folti baffi scuri e pizzetto. Indossava la divisa rossa, bianca e blu e l’elmetto con la piuma dei Dieci di Guardia e di Garanzia, la polizia della Signoria.«Non è lei mastro Leonardo da Vinci?» Per un attimo l’inventore pensò di negare l’evidente. Non amava le guardie, anzi, provava una certa diffidenza. In passato aveva rischiato di finire sul patibolo e ne era uscito moralmente con le ossa rotte, imparando a sue spese che era meglio restare alla larga da divise, inchieste e tribunali.
«Al suo servizio…» A Leonardo parve di scorgere un sorriso complice tra quei baffi scuri. Certamente quell’uomo era al corrente delle accuse che lo avevano portato sotto processo per una storia di sodomia, dopo che una lettera anonima lo aveva accusato di aver avuto rapporti intimi con un diciassettenne, Jacopo Saltarelli, noto per concedere il suo corpo a pagamento a chi lo desiderava. Erano finiti nei guai anche i suoi amici Bartolomeo di Pasquino e Leonardo Tornabuoni, giovane rampollo della nota famiglia imparentata coi Medici. Ed era stato proprio grazie all’intervento dei potenti protettori dell’amico, che il tribunale aveva velocemente chiuso la causa. Mandandoli a casa assolti “cum conditione ut retumburentur”, nella speranza cioè che non venissero depositate altre denunce a loro nome all’interno dei “tamburi”, le cassette messe a disposizione di chi voleva segnalare alla milizia gli autori di un delitto, vero o presunto. La grande paura del rogo e i giorni passati dietro le sbarre del carcere delle Stinche avevano convinto Leonardo a stare lontano dai guai, smettendo di frequentare la Taberna del Ribaldo e la sua compagnia di rampolli della Firenze bene. Tanto più che la patente di sodomita era dura da cancellare e, anche a distanza di anni, c’era chi si premurava di farglielo notare con sogghigni e risatine complici.
«Messere Pardo Della Gattesca ha bisogno di voi. Ho l’ordine di condurvi subito da lui.» Se mai Leonardo avesse avuto qualche dubbio, sarebbe immediatamente svanito al sentir nominare il temuto capo della polizia segreta. Nessuno, a Firenze, poteva dire di no a Sua Eccellenza se amava vivere in pace. Cosa voleva da lui? Non aveva mai avuto la ventura di incontrarlo, anche se sapeva che ser Pardo conosceva la sua famiglia ed era amico di suo nonno Antonio e di suo padre, il notaio Piero.
«Datemi il tempo di concludere. Pochi attimi e verrò con voi.» Poi rivolto ai ragazzi: «Seguitemi in terrazza.» Era una splendida giornata, soleggiata e ventosa al punto giusto. Al centro del piccolo spiazzo sul tetto, un misterioso oggetto era coperto da un panno grezzo. Da quell’altezza la campagna toscana punteggiata dalle cascine e dalle ville e attraversata dai filari di cipressi e dalle viti del Chianti, gli appariva immobile nella calura. Con piacere vide che anche il gigante in divisa sembrava ansioso di assistere al suo esperimento. «Bencio, l’aviomobile…» Su un trespolo un’agile macchina volante costruita con il leggero legno di sambuco dei colli fiorentini sembrava fremere per la voglia di librarsi in cielo.
«Ora vi dimostrerò che questa macchina è in grado di volare…» Così dicendo azionò una leva e il modellino corse lungo lo scivolo di legno. Poi si librò alto nell’aria per sorvolare gli alberi sottostanti e quindi avventurarsi in una lenta planata verso il fondovalle. «Ebbene?» Non si sentiva più volare una mosca. E mastro Leonardo si godette l’espressione attonita della guardia: “Ora non ridi più…” pensò. Poi si avviò verso la scala. «Bencio, vai a recuperare l’aviomobile. E voi messere, chiudete la bocca e mettiamoci in viaggio. Sua Signoria non ama aspettare…»

Quarta di copertina

Un macabro serial killer nella Firenze di Lorenzo il Magnifico colpisce prendendo spunto dai versi della Commedia di Dante Alighieri. E a investigare sul pazzo assassino che sta terrorizzando la città viene chiamato un giovane artista e inventore. Tal Mastro Leonardo Da Vinci, ancora sconosciuto ai più, ma già ricco di quel talento che, con gli anni, lo porterà a diventare il genio più grande di tutti i tempi. A lui il compito di scoprire chi sta uccidendo in maniera efferata e crudele alcuni dei cittadini più in vista della città, riproducendo in maniera sanguinaria e perfetta le punizioni che, come descritto dal sommo poeta nei versi che vanno dal XVIII al XXX canto dell’Inferno, sono destinate a straziare i dannati rinchiusi nei dieci cerchi delle Malebolge. Un arduo compito che lo porterà a rischiare la sua vita per sfidare un vero e proprio demone oscuro sotto spoglie umane. Prima di poter finalmente ritornare “a riveder le stelle”.

L’autore

Luca Arnaù, 46 anni, genovese, giornalista professionista, cronista di nera, inviato di guerra, negli ultimi anni ha diretto settimanali nazionali di gossip e ha la passione per i Gialli. Ha scritto decine di libri come ghost writer, mai con la sua firma…

reporter65it@hotmail.com

Le precedenti proposte (primo capitolo, quarta di copertina e bio):

– L’ombra della realtà, di Marcello Ciancio

Trenta denari, di Anna Rita Guarducci