Nel post iniziale avevo scritto che avrei postato un “manoscritto nel cassetto” a settimana: visto l’alto numero di proposte (che ancora stanno arrivando) farò il possibile per impaginarne due a settimana, anche tre. Ma ci saranno anche settimane (impegni lavorativi, ferie con problemi di connessione, presentazione di libri) in cui non posterò. Le proposte che mi sono arrivate sulla mail di bastardoposto@gmail.com, comunque, verranno prese in considerazione. Ne accetto ancora fino a mezzanotte di martedì 11.
Buona lettura con questo secondo “manoscritto nel cassetto” (che tra primo capitolo con prologo, quarta e biografia supera le 15mila battute: è il limite massimo).

Trenta denari

– di Anna Rita Guarducci –

PROLOGO

Adriana aveva deciso che, incapace di perdonare anche a distanza di tanti anni, quel tradimento doveva essere ulteriormente elaborato per renderlo innocuo alla sua psiche, rassegnata alla presenza in un angolo remoto dell’anima.

Voleva evitare a questo nuovo sentimento, mai sperimentato prima, l’odio, di distruggerla facendole vivere una vita in funzione di un’ipotetica vendetta che non aveva nessun desiderio di aspettare né di preparare perché aveva capito istintivamente il rischio cui andava incontro.
Non avrebbe aspettato di veder passare davanti ai suoi occhi il cadavere del nemico lungo il fiume, come consigliava un vecchio saggio cinese.
Doveva assolutamente sublimare l’odio, esattamente come avviene per certe sostanze che passano da uno stato solido ad uno aeriforme senza attraversare quello liquido. Il suo sentimento di odio si poteva definire solido tanto da assumere un peso fisico sul cuore che le impediva di avere pensieri leggeri. Era sicura, se ci fosse riuscita, che si sarebbe sentita liberata e risarcita dopo essere stata capace di fissare quella brutta storia con le sue parole, soltanto con le sue; come se la lettura dei fatti non potesse essere diversa da quella data da lei.
Sì. Sentiva che c’era solo un modo, raccontarli scrivendoli, con l’illusione di farli diventare immutabili e immortali solo perché fissati sulle pagine bianche.
Avrebbe iniziato da quel giorno dell’Aprile 1996.
Questa premessa, con queste intenzioni, trovai, insieme alle pagine successive rigorosamente stampate con numero progressivo, nella busta che Adriana mi portò il giorno in cui venne a trovarmi in ufficio.
Per liberarsi di quel fardello, ordinando il flusso mentale che l’aveva spinta a scrivere già alcuni capitoli, andò in Patagonia, il più lontano possibile da casa, in un luogo geografico che immaginava mitico per la sua natura selvaggia.
Le sembrò ancora più adatto quando constatò il silenzio irreale che lo pervadeva, proprio quello che aveva sperato di trovare.
Dopo la liberazione voleva cominciare a visitare i luoghi del mondo che l’avevano sempre affascinata, sia pure soltanto per il nome evocativo di esotiche realtà.
Voleva conoscere il modo in cui gli uomini, alle più diverse latitudini, avevano imparato a costruire la propria casa per proteggersi dai rigori del clima e dalle bestie feroci. Avrebbe desiderato scoprire lo stratagemma utilizzato per difendersi dalla perfidia altrui, ma temeva che non sarebbe mai riuscita a strappare il segreto a nessuno. Si era convinta che appartiene alle dotazioni intime acquisite nel corso di una vita, strettamente legate alle sfumature caratteriali e perciò non estendibili a chiunque altro indifferentemente.
Quando la vidi per la prima volta era concentrata sul suo computer portatile mentre cercava una parola precisa per descrivere una situazione, proprio come faceva Italo Calvino per cui coltivavo una vera ammirazione, di cui anche lei, seppi dopo, conosceva e adorava l’opera omnia. Adriana amava dire scherzando che se la sua riscoperta di Calvino fosse avvenuta prima del 1985, anno in cui morì, si sarebbe recata spesso nella città dove lui viveva anche solo per aspettare che uscendo di casa avesse voglia di rispondere a una domanda banale come -che tempo fa oggi-; era sicura di potersi beare di risposte mai scontate.
Ero in Patagonia, in una zona in cui salta agli occhi l’incapacità dell’uomo di avere il sopravvento sulla natura, la stessa esigenza ci aveva spinto in quel luogo, dove la natura, ma soprattutto il silenzio hanno la meglio sull’uomo, lei per non avere distrazioni e liberarsi di questo peso, io per cancellare i ricordi della mia ultima storia finita male.
Stava scrivendo le parole giuste quando mi avvicinai deciso a disturbarla; prima di aprire bocca registrai il titolo del libro appoggiato sul tavolo che da lontano non ero riuscito a leggere: le “Lezioni americane” di Calvino. Mi sentivo obbligato a parlarle da quell’affinità, la coincidenza non ammetteva alternative.
Ma forse stavo sbagliando il momento dell’approccio visto che l’ultima fase di scrittura sembrava lunga, pensavo già di dirottare il mio movimento per non disturbare il flusso delle sue parole quando alzò la testa e mi guardò, fu allora che le domandai se conosceva bene Calvino spiegandole di essere stata lei stessa ad evocarmelo prima ancora che riuscissi a leggere il titolo del libro.
La sua divertita risposta fu:
– mi lascio volentieri distrarre da te solo perché mi hai abbordato con un argomento che amo molto, capace di neutralizzare tutta la mia diffidenza, come se tu avessi indovinato la mia parola chiave -.
Non sapeva ancora che avevo letto più volte tutti i racconti di Calvino e alcuni li conoscevo quasi a memoria, ma non glielo dissi subito.
Mi raccontò ogni sfumatura di quella storia personale del tradimento e alla fine ne parlammo a lungo, poi, visto che avevo conquistato la sua fiducia, promise di regalarmene una copia, tanto a lei era servito già il solo fatto di averlo scritto. Potevo farne ciò che volevo.
Ascoltarla era stato, in certi momenti inebriante, ma leggere le sue parole senza la mediazione della sua presenza mi faceva sentire tutto il dolore, la rabbia impotente, la profondità del desiderio di trasformare quel sentimento distruttivo, indotto da quella triste vicenda, in forza vitale, la stessa che le avevo visto negli occhi mentre la raccontava.
Avrei provato a farmi pubblicare il racconto di questa storia scrivendolo in terza persona proprio perché volevo metterci qualcosa di mio come le piacevoli sensazioni che mi avevano regalato l’ascolto e la conoscenza di una persona trasparente, quando decide di non difendersi, solare, vera e l’energia trasmessa dalle vibrazioni della sua voce.
La trascrizione dei fatti così come li aveva narrati Adriana sarà abbastanza fedele, ho volutamente tralasciato i risvolti più intimi che la riguardano, presenti invece nel suo testo, perché mi pare utile, se qualcuno dovesse leggerli, far conoscere la miseria di certi umani comportamenti, ma proteggere il suo dolore dalla ribalta della pubblicazione forse nell’inutile tentativo di non riproporlo a lei stessa.
Adriana sarebbe partita per il Sudafrica dopo una decina di giorni e mi aveva invitato alla cena dei saluti nella sua casa appena fuori città per giovedì. Mantenne la sua promessa regalandomi la prima e forse unica stesura, che aveva riletto e ordinato dopo il ritorno dalla Patagonia perché voleva capire cosa avrebbe provato a ripercorrere quella storia, lontana nel tempo dieci anni, scritta in uno spazio così lontano, stando nella sua casa di sempre, quella che aveva protetto le sue lacrime, la rabbia impotente, la delusione, l’odio e le sue numerose contraddizioni.
Guardando il numero di cartelle di cui era composto il racconto considerai un bello sforzo l’aver scritto così tanto per una persona che si definiva essenziale e poco incline alla descrizione dei particolari, molto alla loro osservazione. Quest’ultima attività era stata sempre coltivata sia per ragioni caratteriali, come la sua timidezza, che per la sua natura curiosa.
La sua forte passione per la fotografia aveva accentuato l’attitudine all’osservazione perché ciò che riusciva a vedere dentro il riquadro dell’obiettivo a volte sfuggiva in campo aperto. Rimase sorpresa e insieme affascinata da questa scoperta tanto da mettersi le mani davanti agli occhi a formare una visione rettangolare come dentro l’obiettivo quando voleva scrutare meglio i particolari.
La donna che avevo conosciuto in Patagonia mi era sembrata assai loquace, divertita e propensa alle descrizioni sia di dettagli materiali che psicologici, comunque con un gran desiderio di relazionarsi dialetticamente.
Probabilmente l’idea di essere essenziale non si riferiva più a questa sfera d’azione, ma ai sentimenti sui quali credevo d’intuire una certa assenza di ridondanza. Qualcosa era sicuramente cambiato dopo quella storia e Adriana non aveva ancora aggiornato l’immagine trasmessa di sé.
Mi rendevo conto di aver conosciuto una persona che trovavo speciale, molto ricca dentro, generosa, spontanea e allegra, mi sorprese un pensiero di rammarico sui manoscritti che non si usano più, avrei gradito la copia scritta di suo pugno con quella grafia energica e bella.
Ma che cosa mi stava succedendo?
Forse non era il caso di alimentare un’altra illusione a così poca distanza di tempo da una storia finita male.

PER 30 DENARI

Aprile 1996. Lo spartiacque della sua vita. Quel giorno, proprio quello, tutto cambiò. Era già da qualche mese, dall’inizio di quell’anno, che si respirava un’aria greve, ma la situazione non sembrava così brutta e priva di alternative come si presentò realmente all’ultimo incontro.
Incontro la cui gestione avrebbe richiesto esperienza, abilità e strumenti a lei sconosciuti.
Si sentì messa con le spalle al muro, impotente, sola, tradita.
Ebbe l’impressione di sentire il rumore di una saracinesca che si chiude su una buona parte della sua vita, insieme alla saracinesca si chiuse anche lo stomaco e si aprirono le cateratte. Tre o quattro bocconi anche delle pietanze più amate ed era già sazia, passava la notte vegliando e piangendo senza idee sul da farsi.
I chili persi furono l’unica nota positiva dei mesi estivi seguenti. Anche se non era mai stata ossessionata dalle diete, l’oscillazione stagionale o congiunturale di qualche chilo era sempre presente.
In quei momenti c’era bisogno di prendere decisioni, ma si rese conto di essere impreparata, inadatta, incapace, inutile perché sprovvista di strumenti e criteri discriminanti.
Eppure era riuscita a laurearsi, dunque proprio stupida non doveva essere. No, sembrava tutto così inverosimile, inspiegabile, assurdo che sperava di svegliarsi da quello che considerava un brutto sogno.
Invece era tutto vero perché ogni mattina quando si alzava doveva fare molte cose, ma tutte diverse dal solito.
In fondo non le era capitata una cosa così strana, si sente raccontare tutti i giorni di società che si sciolgono o dove un socio liquida l’altro che esce. E’così, niente di insolito nel fatto in sé, anzi molto frequente, ma le statistiche non mitigavano la sensazione di stupita incredulità verso l’evento che lei aveva reputato remoto se non impossibile per le sue vicende personali perché i racconti e le statistiche, finché non diventano vita vissuta sembrano sempre lontani e teorici.
La valutazione di improbabilità che il suo subcosciente faceva sulla possibilità che una di quelle tristi storie accadesse anche a lei e alla sua famiglia fu nettamente e dolorosamente sbagliata come le molte decisioni o non decisioni verificatesi fino a quel momento.
Ma l’errore più grosso era stato quello di concedere fiducia piena e totale a quei parenti che invece dovevano essere controllati, diffidati, studiati.
Si sa, del senno di poi sono piene le fosse, e fortunatamente non era ancora il suo caso. Adriana era viva e aveva scoperto che non si muore per questo, così come anni prima aveva scoperto che non si muore per amore a dispetto della letteratura romantica e di tante belle canzoni.
La fiducia. Con quale criterio si decide chi la merita? Un criterio personale deve esserci se ci si ritrova senza averlo scelto coscientemente a fidarci di qualcuno, ma non è facile razionalizzarlo perché spesso la decisione segue le vie istintive. Nel suo caso la fiducia era stata riposta in qualcuno che l’aveva cresciuta insieme ai propri genitori, due famiglie unite dalla parentela tra i padri cugini e soci in affari, sempre insieme nel lavoro e nella vacanza, nella casa di città e in quella di campagna, con i figli e con le mogli.
Una fiducia tradita miseramente come la più famosa delle storie bibliche avvenuta in cambio di trenta denari ricevuti per aver immolato la vita di un amico diventato scomodo. Trenta denari, il valore di una vita venduta e comprata con frequenza ossessiva da tutta la razza umana come un rito di perpetua devozione al tradimento celebrato per accedere poi alla purificazione percorrendo la strada del pentimento.
Adriana si era sempre istintivamente ribellata all’osservanza di questo precetto cattolico consapevole della sua incapacità di praticare il perdono specialmente in casi simili. Non riusciva proprio a comprendere e condividere la scelta di vendere un valore come la parentela rafforzata dall’unità di intenti e forze lavorativi per affermare il primato del singolo sul gruppo, applicando così la legge del più forte.
Quei giorni dell’aprile 1996, gli ultimi in cui frequentò ancora gli uffici dove aveva lavorato per anni, i percorsi non si incrociavano più con quelli degli altri, anzi si faceva attenzione a non uscire dalle stanze nello stesso momento proprio per evitare l’incontro.
Un altro errore madornale lei e la sua famiglia l’avevano commesso comportandosi come degli sfrattati.
Subito dopo l’incontro in cui avevano accettato di uscire dalla società avevano assunto spontaneamente l’atteggiamento di chi si sente l’anello debole della catena, la vittima predestinata, arrendendosi senza combattere all’arroganza di chi pretendeva e pregustava la vittoria per ritiro dell’avversario.
Il senno di poi. Ma allora era proprio così, i diritti della sua famiglia erano valutati meno forti e prepotenti dal nemico, ormai l’altra famiglia era il nemico, il loro cinquantapercento un valore relativo di minoranza. Come se vivessero abusivamente nel mondo in cui la matematica è un’opinione e due più due non sempre fa quattro, nel mondo dei luoghi comuni più triti e tristi, nel mondo dei furbi.
Se insieme alla sua famiglia si comportava come se tutto ciò fosse vero, in modo ineluttabile avrebbero perso.
Infatti persero. Persero la quota societaria, la quota della casa di campagna, la possibilità di maturare uno stipendio a fine mese, qualche beneficio, la parentela, unica tra le altre cose a non sembrare, col passare del tempo, di importanza vitale.
Negli anni successivi tutti i membri della sua famiglia ebbero la piacevole sensazione di essersi liberati da una specie di oppressione. In quel momento ancora non era così chiaro, con l’abbaglio del tradimento ad accecarli e la mancanza di quelle misere soddisfazioni materiali prima abbondanti, alle quali si erano abituati a dispetto della loro innata spiritualità.
Le parole ascoltate o riferite di quegli ultimi giorni di convivenza avevano acceso la luce su frammenti di vita passata a coltivare rancore per fatti o scelte avvenuti addirittura nell’infanzia, Adriana nemmeno li ricordava. Rancore, odio, mai si sarebbe aspettata di essere oggetto di questi sentimenti da parte dello zio Corrado, colui che considerava come un secondo padre.
Ma era proprio così e se la vendetta è un piatto che si consuma freddo questo era freddissimo, gelido per la pazienza che lui aveva avuto di aspettare tanti anni e soprattutto la persona giusta che facesse da grimaldello per far saltare la situazione e vendicarsi.
Il grimaldello cercato da Corrado non avrebbe potuto essere uno dei suoi tre figli che avevano tutti con lui un rapporto subordinato e conflittuale mai apertamente affrontato.
Sicuramente mancava loro l’ambizione paterna di affermarsi per essere considerati qualcuno dalla gente del paese, salvo mantenere a tutti i costi lo status attuale conquistato dal padre e dallo zio in anni di lavoro.
E lo status attuale garantiva ancora l’ostentazione dei simboli della famiglia benestante partita da zero, a loro bastava. Il grimaldello Corrado l’avrebbe trovato in Dario l’ambiziosissimo e astutissimo genero che era venuto da un paese vicino a impalmare, lui il più bello del reame, la sua primogenita di pari bellezza, Cristina.
Ma prima dell’arrivo di Dario era già successo, almeno nella mente di Corrado, tutto ciò che aveva provocato la decisione di liberarsi della famiglia parente socia in affari.

QUARTA DI COPERTINA

30 DENARI nasce dal bisogno di portare fuori dal cuore e dalla mente di Adriana una triste storia tra parenti caratterizzata dal tradimento degli affetti. Perciò è il racconto di una storia vera con qualche goccia di fantasia. La scrittura/terapia è iniziata la notte di capodanno del 2006, dieci anni dopo l’evento, ed è durata sei mesi di notti insonni, il momento più tranquillo della giornata. Si racconta di un fatto comune a tante famiglie che per ragioni di affari si separano anche affettivamente a causa della posizione di forza di una che mette l’altra con le spalle al muro.
Intorno a questa storia banale, però, ruota la vita delle due famiglie con la nonna filosofa senza avere studiato, lo zio prete affarista, un’adolescenza felice, la cugina che da adolescente cicciottella si trasforma in giovane donna molto attraente, lo sciupafemmine interessato alla bella vita, l’erede maschio che non arriva. E poi le sofferenze e la timidezza di Adriana, i suoi desideri, la sua passione per la fotografia, il suo naso affilato e gli angoli inesplorati della sua psiche. In un paese satellite di una città del centro Italia caratterizzato da un’urbanistica disordinata e finalizzata solo alla crescita quantitativa.

NOTE SULL’AUTORE

Nata l’11 giugno del 1959 si laurea in architettura a Firenze nel 1985. Poi si appassiona alla Bioarchitettura grazie alla quale scopre di essere ambientalista. Rappresenta in Umbria l’INBAR (Istituto Nazionale di Bioarchitettura) negli anni fino al 2005. Si impegna nelle battaglie della sostenibilità e del rispetto della natura nella professione e nella vita quotidiana. E’ Presidente del circolo Legambiente di Perugia fino a ottobre 2012, collabora attualmente con Micropolis, mensile Umbro di approfondimento del Manifesto. Si è candidata al senato alle politiche del 2008 e alle amministrative del 2009 nelle liste dell’IDV come rappresentante della società civile, ma non viene eletta.
Ha in serbo di scrivere “Il tetto di pandora” ma è ancora all’inizio del tunnel.

annaritaguarducci@tiscali.it