Erano “confessioni” segrete quelle che il parroco Salvatore Santaguida di Stefanaconi, in provincia di Vibo Valentia, riceveva dal maresciallo dei carabinieri Sebastiano Cannizzaro. Confessioni che servivano a favorire la famiglia dei Patania, da mesi impegnata in una faida contro la cosca Bonavota. Un rappresentante della chiesa e un uomo in divisa al servizio della ‘ndrangheta che, a Vibo Valentia, porta un solo cognome: quello dei Mancuso sotto i quali una miriade di famiglie mafiose si contendono il territorio, si ammazzano per il controllo delle estorsioni e per gli appalti. Tra queste, appunto, ci sono i Bonavota, conosciuti con il soprannome di “Piscopisani”, e i Patania che avrebbero goduto dei servigi addirittura di un prete.

Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro hanno costretto il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi a sbirciare all’interno della parrocchia di Stefanaconi e nell’abitazione del maresciallo dei carabinieri. Insospettabili e, allo stesso tempo, troppo vicini alla criminalità organizzata. Don Salvatore e il maresciallo Cannizzaro sono accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Stamani all’alba i militari del Comando provinciale dell’Arma hanno eseguito un decreto di perquisizione emesso dalla Dda dopo che tre collaboratori di giustizia hanno raccontato come la cosca Patania, che estende la sua influenza su Stefanaconi, Sant’Onofrio e Vibo Valentia, veniva informata delle indagini a suo carico.

In sostanza, il maresciallo sarebbe stato solito confidare al prete le risultanze investigative delle indagini contro la famiglia mafiosa. Gli uomini del clan, a loro volta, apprendevano dal prete i luoghi in cui “erano in corso intercettazioni” e le imminenti attività di perquisizione che i carabinieri si apprestavano ad eseguire. Era come se i Patania sapessero in anticipo le mosse di chi stava indagando. Che don Salvatore fosse il parroco di fiducia della cosca emerge dai verbali dei pentiti Loredana Patania, Daniele Bono e Vasvi Beluli, secondo i quali il rappresentante della chiesa sarebbe stato a conoscenza anche di “omicidi in corso di programmazione”.

Riferendosi al prelato e al sottufficiale dei carabinieri, i magistrati della Dda scrivono nel decreto di perquisizione: “Facevano parte, con altri, della cosca Patania, promossa, diretta e organizzata da Giuseppina Iacopetta, Giuseppe, Salvatore e Saverio Patania“. Secondo gli inquirenti, dai verbali dei tre collaboratori, “si desume la stabile attività informativa sulle attività investigative svolta dal Santaguida nei confronti di Patania, in odio alla cosca avversa dei Bonavota”. Non solo “confidenze”, ma anche atti processuali che il maresciallo Cannizzaro avrebbe messo a disposizione di don Salvatore e, di conseguenza, della ‘ndrangheta di Vibo Valentia.

Un supporto continuo alla cosca anche durante le ore di servizio. Il secondo filone dell’inchiesta, infatti, riguarda l’omissione di atti d’indagine da parte del militare. Nel decreto di perquisizione si legge di “intercettazioni ambientali e telefoniche mai ascoltate” e di “omessa trascrizione di intercettazioni ascoltate ed espressamente ritenute e contrassegnate come ‘importanti'”.

Un “sistema” che avrebbe mirato, in sostanza, a prevenire le indagini ancor prima che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro venisse informata degli sviluppi dell’inchiesta. Non caso i magistrati della Dda parlano di “vero e proprio caos regnante non solo sui risultati dell’attività investigativa”, ma anche sulla semplice allocazione delle carte di indagine. In diverse circostanze, il maresciallo “infedele” avrebbe dimenticato di “comunicare all’Ufficio di Procura – è scritto sempre nel decreto di perquisizione – una serie di informazioni di indubbio rilievo investigativo, tra cui un tracciato gps attestante il verosimile coinvolgimento, nella faida, all’epoca ancora in corso, di esponenti apicali della cosca Mancuso”.