Dopo aver rappresentato il sogno della libertà, la Rete delle Reti è destinata ad incarnare il peggior incubo per chi la utilizza fino a prospettare l’ombra di un nuovo totalitarismo?

E’ Julian Assange, portavoce e non capo di Wikileaks, a parlare. Lo ha fatto, intervistato da Laura Smith, dinanzi alle telecamere dell’emittente anglofona russa RT.

Le infrastrutture fisiche necessarie per implementare la tirannide telematiche sarebbero pronte. Deve compiersi solo l’operazione finale, quella con cui –ruotando la chiave nell’immaginario cruscotto della sala di controllo planetario– si avvia una macchina infernale in grado di intercettare e sorvegliare intere nazioni e non singoli soggetti.

Lo scenario, davvero poco rassicurante, è delineato nel libro “Cypherpunks. Freedom and the Future of Internet” in cui Assange disquisisce della libertà e del futuro di Internet.

Una precisazione. Perdonatemi, ma è d’obbligo. Il vocabolo con cui inizia il titolo identifica la sottospecie dei Cyberpunks a loro volta “figli” della cultura punk. Non eccessivamente nota a chi abita la Rete da poco o la vive –come la maggior parte degli internauti– in maniera troppo superficiale per sapere o capire che nei sotterranei digitali pulsa il cuore del dissenso. Nel volume sono dipinti come gli angeli custodi del cittadino, pronti a far uso della crittografia per tutelare la riservatezza costantemente insidiata dalle manovre oppressive dei diversi Governi. La comunità Cypherpunks non fa capo a qualche giovanotto trafitto dai piercing come un moderno San Sebastiano: il leader è un quasi ottantenne architetto di nome John Young, una sorta di jedy che costituisce il padre spirituale del “piccolo” Julian, ma questa è un’altra storia e non mancherà certo occasione per occuparcene.

Torniamo al volume e alle dichiarazioni del suo coautore. Sostanzialmente Assange ritiene che internet può ridurci in schiavitù e ribadisce che a poterlo fare sono i gestori delle intercettazioni, i controllori degli enormi data warehouse, i proprietari delle reti costituenti il tessuto connettivo internazionale, tutti in grado di eseguire il monitoraggio di idee, pensieri ed ogni altro genere di informazione.

Il testo –scritto con l’americano Jacob Applebaum, il francese Jeremie Zimmermann e il tedesco Andy Müller-Maguhn– propone l’alternativa utopistica della ricerca, della conquista e della dichiarazione formale dell’indipendenza di Internet. L’opera rimarca l’importanza della condivisione delle conoscenze, spiega la natura e la dinamica dei rapporti interpersonali, punta il dito contro le istituzioni facendo una dicotomia di buoni e cattivi come i maestri sulle vecchie lavagne delle aule più turbolente.

Assange non lesina esempi e fa riferimento alla NSA statunitense, asserendo che quel tipo di spionaggio strutturato è il suo mestiere da venti/trent’anni. Ma spiega che non è una moda a stelle e strisce perché persino la Libia del colonnello Gheddafi ha impiegato il sistema Eagle, realizzato dalla francese Amesys e reclamizzato come efficace soluzione di intercettazione ad ampio spettro geografico.

A spingere il cosmo online in questa pericolosa deriva ha certo contribuito il costante calare dei costi per effettuare “ascolti” e “monitoraggi” delle comunicazioni.

Molte riflessioni di Assange riguardano l’approccio naif di parecchi utenti, assolutamente leggeri ed incuranti nell’affrontare ogni piccola azione sul web. Non riesce a darsi ragione della facilità a raccontare e render pubblica qualsiasi cosa e si chiede perché mai si debba dire a Facebook o a chicchessia quel che si sta pensando o facendo in un determinato momento.

La frenetica corsa ad aggiornare il proprio “stato” su Facebook indica una pericolosa tendenza alla diffusione spontanea e incontrollata di qualunque informazione sul proprio conto. Una volta – rammenta Assange – la Stasi poteva contare su una permeazione del 10% della popolazione dell’allora Repubblica Democratica tedesca: in pratica un cittadino su dieci era un informatore dei temutissimi servizi segreti. Ora è tutto incredibilmente più facile. Nei Paesi a maggior penetrazione tecnologica, come l’Islanda, ben l’80% degli abitanti è presente su Facebook e tiene aggiornati i propri amici su cosa ha fatto, fa o sta per fare. Facile, così, sapere tutto di tutti e – magari – acquisire informazioni che un domani possono persino essere utilizzate in danno del soggetto cui si riferiscono.

Assange insiste nel ribadire che dovremmo aver imparato che la conoscenza è il vero potere e al contempo dovremmo aver compreso che nelle viscere del globo virtuale scorrono fiumi di informazioni la cui aggregazione e rielaborazione può trasformare dati innocui in notizie compromettenti. E vortici e mulinelli di certi torrenti digitali possono mettere in difficoltà anche abili web-nuotatori.

La dissertazione è lunga e gli argomenti sono tanti, forse troppi per una pagina di blog. Vale la pena premere il tasto “pausa” sull’immaginario telecomando della nostra vita e scrutare in dettaglio il fermo immagine. Probabilmente si può constatare che certe riflessioni di Assange e dei suoi tre amici non sono poi così remote.

Internet ha cambiato il mondo e dopo la deflagrazione nucleare di Hiroshima è il più forte impatto cui la recente civiltà è stata sottoposta. Vale la pena non farsi trovare impreparati dinanzi agli ulteriori prossimi mutamenti. Il ruolo della Rete è stato oggetto anche di disamine nostrane. “Libertà vigilata – Privacy, sicurezza e mercato nella rete”, edito da Laterza, non arriva da lontano ma guarda lontano. L’opera di Franco Bernabè, di cui ho avuto il privilegio di veder la genesi e la versione “ecografica” antecedente la venuta alla luce, è piena di spunti molto interessanti. E non manca di similitudini con il Cypherpunk-pensiero. Strano abbinamento? Forse. Ma in realtà entrambi gli “schieramenti” conoscono davvero la Rete e le potenzialità delle tecnologie. E hanno contezza di quel rovescio della medaglia che pur nominato spesso è surclassato con altrettanta frequenza.

A voler reiterare le citazioni di Renzo Arbore (la seconda in quattro post e stavolta rivedendolo dinanzi ad una birra), “meditate gente, meditate!”