È ridotta così male perché da quasi quarant’anni, in pratica da quando esistono a Roma un Ministero e nelle città un assessorato espressamente dedicati, la cultura è progressivamente scomparsa dalla vita quotidiana ed è rimasta confinata a lato di essa (nella scuola, dove comunque è vissuta dagli studenti in maniera ostativa, rientrando nella sfera dell’“obbligo”) o dietro di essa, nei musei, luoghi della memoria e del passato, nonostante i tentativi tardivi e rari di modernizzarli, utilizzando, in maniera il più delle volte amorfa, sbagliata o fuorviante, le nuove tecnologie della comunicazione.

È ridotta così male perché essendo a latere o dietro le cose della vita quotidiana non è considerata una priorità dalla politica, che anzi, soprattutto a livello locale e soprattutto a livello municipale, la utilizza come strumento di distrazione dai problemi economici e sociali (che riguardano per l’appunto la vita quotidiana) o, ancor più spesso, come leva di propaganda, funzionale alla costruzione di una solida immagine e di una solida reputazione, perché, si sa, basta riempirsi la bocca con la parola cultura che si diventa immediatamente uomini di cultura.

È ridotta così male perché in maniera diffusa (cittadini, istituzioni e addetti ai lavori) se ne ha una considerazione erronea sotto molti profili.

Sotto il profilo quantitativo circolano da anni tre balle a cui molti credono e se ne riempiono la bocca per dimostrarsi informati (ma perché non si informano, invece?).
La prima balla, quella stratosferica, dice: in Italia c’è il 70% (per alcuni più del 50%, per altri addirittura il 90%) del patrimonio culturale mondiale.
La seconda balla, corregge il tiro (forse si è capito che la prima è insostenibile) e dice che la percentuale così alta si riferisce ai beni protetti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Falso anche questo: su 936 siti tutelati 47 sono in Italia, il 5%, poco più della Spagna (44) e della Cina (43), che dividono il podio con noi.
La terza balla è condensata nelle parole dell’ex ministro dell’Economia, ma gode comunque di grandissimi fan: “con la cultura non si mangia”.

A livello europeo la cultura (senza contare i comparti delle culture materiali: moda, design, etc.) impatta sul Pil per il 3,3%, dando lavoro a 6 milioni e settecentomila persone. Per intenderci quasi quanto l’industria automobilistica. Nonostante questo, la cultura non rientra nei programmi del governo Monti, che tuttavia nessuno prende per pazzo (se non considerasse invece il settore automobilistico uscirebbe da Palazzo Chigi in camicia di forza). E, ed è qui il dato più imbarazzante, non rientra neppure nei programmi della maggior parte delle associazioni di rinascita politica e culturale del paese nate nell’ultimo biennio, quelle per intenderci che fanno capo a Montezemolo o a Giannino o a Auci, né in quelli dei candidati che si sono sfidati alle primarie. Le une e gli altri ne parlano un po’ (e neppure tutti), ma mai come leva strategica. Giusto per confronto: nella “gretta” Germania della signora Merkel, in questi anni di crisi la cultura e l’istruzione sono stati gli unici settori in cui la spesa statale è aumentata.

Sotto il profilo qualitativo l’elenco dell’errata considerazione è lungo. Mi limito a due esempi.
Il primo: almeno negli ultimi 20 anni la cultura è considerata solo ed esclusivamente una leva utile ad alimentare il turismo, quello sì improvvisamente divenuto un settore da tutti ritenuto strategico (quando eravamo la prima destinazione turistica del mondo tuttavia non ci si faceva molto caso, tant’è che siamo diventati la sesta). E quindi: grandi mostre e grandi eventi, magari anche super musei, tutto e sempre con funzione di “attrattori turistici”. Ma la cultura è un bene che deve servire in primo luogo alla cittadinanza. Deve generare un valore finalizzato ad accrescere il capitale culturale, che non è fatto solo di beni materiali, ma anche di beni immateriali, buona parte dei quali si condensa nella testa, nella memoria, nella capacità dei cittadini. Quanti più cittadini leggono, suonano, dipingono, visitano musei, scrivono, ascoltano musica, eccetera, tanto più alto è il patrimonio culturale di un paese, di una città di un borgo. Se si pensa invece prima a coloro che non abitano la città, il risultato inevitabile è un paese povero, economicamente, eticamente, socialmente.
Il secondo: la composizione e il profilo della platea degli addetti ai settori culturali è cambiata e si è ampliata. Per capirlo basta leggere l’enorme (e facilmente reperibile online) documentazione prodotta dalla Commissione Europea da cui emerge che il settore cultura oggi comprende: i beni culturali e le attività ad esse legate; lo spettacolo dal vivo; le industrie dei contenuti (editoria, tv, cinema, comunicazione); le culture materiali (moda/abbigliamento; design/arredamento; enogastronomia). Eppure il Ministero e gli assessorati competenti continuano a interloquire solo con una platea tradizionale, fatta di associazioni, musei, teatri, eccetera eccetera eccetera.

La cultura, infine, è ridotta così male perché non si sono curate, e si continuano a non curare, tutte le periferie, includendo in queste non solo quelle urbane e metropolitane, ma anche e soprattutto, quelle rurali o tutte quelle aree che insistono in territori e regioni ritenute secondarie, soprattutto per l’assenza di grandi città. Ma, come dimostrano i cambiamenti in atto nei paesi emergenti (anche europei, si pensi ad esempio alle repubbliche baltiche), la loro vera forza propulsiva deriva da due elementi (oltre alla flessibilità economica): l’orgoglio e la rivendicazione culturale e la valorizzazione delle aree (città e territori) periferiche, luoghi piccoli e lontani che diventano motore del cambiamento.