La caratteristica straordinaria del cosiddetto “caso Sallusti” è che così tanta gente sembra convinta che esista un caso Sallusti. Tanto da mobilitarsi addirittura per emanare una legge che lo risolva. Che poi l’occasione sia stata ghiotta per il partito trasversale (la quasi totalità delle fazioni politiche) degli imbavagliatori degli organi di informazione per costruire finalmente una legge che assicuri intimidazione, disinformazione e impunità è, per un paradosso della fortuna, cosa di cui essere felici: con tanta gente che tirava la diligenza da una parte e dall’altra, questa, alla fine, è caduta e, fuor di metafora, la legge non è andata in porto. Così Sallusti potrebbe andare in carcere come merita e ad altri come lui potrebbe succedere altrettanto.

Come merita: le circostanze narrate nell’articolo (scritto da altri) erano false; il contenuto dell’articolo (un giudice avrebbe “ordinato” di eseguire l’aborto su una minore) era squalificante per un magistrato, sul piano umano come su quello professionale; Sallusti non ha esercitato il controllo previsto dalla legge; Sallusti si è rifiutato di pubblicare una rettifica, pur dopo che altri giornali avevano spiegato come realmente si fosse svolta la vicenda; Sallusti ha rifiutato un’offerta di transazione volutamente insignificante sul piano economico e molto significativa sul piano etico (20.000 euro da devolvere a Save the Children); Sallusti ha precedenti specifici. Cos’altro dovrebbe fare un direttore di giornale per meritare una condanna per diffamazione a pochi mesi di carcere? Quanto vale l’onorabilità di un cittadino additato (falsamente) al pubblico disprezzo?

Come merita. Sul piano etico e non più su quello giuridico. Sallusti ha condotto una campagna di disinformazione sistematica, propalando la tesi (falsa, sul piano fattuale oltre che giuridico) di essere stato condannato per un “reato di opinione”. Come se dire che taluno è un assassino, mentendo, fosse una manifestazione del diritto di opinione e non volgare calunnia – seresa all’Autorità giudiziaria – o diffamazione – se scritta su un giornale. Sallusti ha trovato decine di alleati: con protervia inversamente proporzionale al loro livello di competenza giuridica, costoro hanno avvalorato questa tesi aberrante, abbassando uno dei più alti principi costituzionali, la libertà di espressione del pensiero, a grimaldello per continuare la sistematica delegittimazione della magistratura; e per garantirsi l’impunità per future spregiudicate e irresponsabili aggressioni.

Come merita. Per questa sua ridicola e irritante pretesa di mascherarsi da martire, da vittima sacrificale, da alfiere di una banda di gente come lui, pronta ad abusare di ogni diritto e di ogni opportunità. Utilizzando palcoscenici incomprensibilmente (ma nemmeno tanto) messi a sua disposizione dagli organi di informazione, Sallusti ha rivestito i panni di una novella Jeanne d’Arc, pronta a immolarsi sul rogo della cieca repressione. Pene alternative? Sia mai! Che l’ingiustizia si compia fino in fondo. Ma che ci vada in prigione. Come merita, appunto. 

Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2012