Nell’Alitalia dei “patrioti berlusconiani”, dei conti in rosso, della richiesta di altra cassa integrazione per centinaia di dipendenti e degli azionisti che litigano come comari perché non vogliono sentir parlare di ricapitalizzazione (cioè non vogliono mettersi le mani in tasca per rilanciare l’azienda), ecco, in una società così, ormai vicina alla canna del gas, i dirigenti stanno pensando di premiarsi con 36 milioni di euro. In gergo manageriale si chiama Mbo, Management by objectives, cioè premio di risultato. Quale sia il risultato che intendano ricompensare è assai difficile da capire. La decisione è stata presentata tra l’altro a un gruppo ristretto di dirigenti in una recente riunione di budget che ad alcuni dei presenti è apparsa lunare.

L’incontro è avvenuto nella sala congressi della palazzina Npu di Fiumicino della ex compagnia di bandiera ed era incentrato sull’andamento dell’ultimo trimestre 2012 e sulle previsioni per l’anno prossimo. A illustrare i dati Paolo Amato, Cfo-Chief financial officer, cioè colui che si occupa di finanza, strategie e controllo aziendale, un direttore centrale appena un gradino sotto l’attuale amministratore delegato Andrea Ragnetti. Quando sullo schermo è apparsa la slide sul superpremio, in sala qualcuno si è stupito: perfino a quei rispettosi manager è apparsa assai pittoresca l’idea che si possa prevedere la concessione di un riconoscimento in condizioni del genere. Sentita dal Fatto Quotidiano, Alitalia parla di equivoco: non di 36 milioni di euro si tratta, ma di 3 milioni di euro e per di più non sarebbe il premio erogato, ma la porzione di premio negata in vista di risparmi.

Alla richiesta di esibire il documento in questione, presentato ai dirigenti nella palazzina di Fiumicino, i rappresentanti ufficiali della compagnia però si rifiutano, mentre le nostre fonti confermano la loro versione. In ogni caso, viene fuori che non è la prima volta che l’Alitalia dei patrioti berlusconiani distribuisce premi ai dirigenti perché è successo pure gli anni precedenti e in presenza di risultati anche allora deludenti e di conti niente affatto da gratifica. Pur ammettendo la circostanza, le fonti aziendali anche in questo caso si rifiutano di fornire le cifre. Questa volta la faccenda del premio fa più scalpore perché le condizioni dell’azienda sono ormai pessime e perché non più di un paio di mesi fa l’amministratore Ragnetti avrebbe voluto che scattasse un nuovo ciclo di cassa integrazione per quasi 700 dipendenti (300 tra il personale navigante, 300 negli uffici e un centinaio di addetti ai carrelli) per incamerare un risparmio di circa 30 milioni di euro, cifra guarda caso assai prossima a quella in ballo per il super-premio ai dirigenti.

Quella volta l’intenzione aziendale fu bloccata da tutti i sindacati, ma non è stata affatto ritirata, anzi, è tornata all’ordine del giorno e oggetto di trattativa. I dati di bilancio Alitalia in realtà sono da paura. La semestrale è stata chiusa con una perdita di 201 milioni di euro, più che doppia rispetto a quella dell’anno precedente, e pure il risultato operativo è stato molto negativo, meno 169 milioni, circa 100 milioni di perdita in più rispetto al 2011. Anche le altre compagnie europee, a cominciare da Air France che è cugina di Alitalia possedendo il 25 per cento delle azioni della società italiana, non vanno affatto bene a causa della crisi internazionale e dei costi del carburante. Ma non sono nelle stesse condizioni disastrose dell’azienda di Fiumicino che, risultato negativo dopo risultato negativo, sta mangiandosi il capitale iniziale.

Quando 4 anni fa i “patrioti” si lanciarono nell’avventura Alitalia, il capitale conferito era di 1.169 milioni di euro, alla fine dell’anno passato era già meno della metà, 479 milioni, e dopo la perdita del primo semestre 2012 è precipitato a 278 milioni a fronte di un indebitamento finanziario netto di 862. L’ultimo trimestre dell’anno è di solito un periodo critico per Alitalia e quindi c’è da supporre che alla fine dell’anno un’altra grandinata si abbatta sui conti dell’azienda. In pratica la ex compagnia di bandiera è ad un passo dal baratro. Urgerebbe una ricapitalizzazione, ma i patrioti non ne hanno voglia, anzi meditano la fuga. Il 13 gennaio dell’anno prossimo scade il lock up, cioè la proibizione di vendere le azioni possedute. A quel punto ognuno sarà libero di cedere le sue quote a chi vuole e sarà quella una prima, vera prova verità.

da Il Fatto Quotidiano del 10 novembre 2012