Grazie per aver raccontato cosi bene, nel tuo articolo per la Stampa, la tua America, che è un po’ anche la mia, un po’ di tutti coloro che vogliono sentirsi parte di un popolo, come dici tu. Ti ho ascoltato mentre parlavi da Barnes e Noble, a Union Square, e mi è sembrato di cogliere nelle tue parole, l’emozione di chi sa di aver aggiunto un pezzetto di stella al cielo dei propri sogni. Essere lì, su quel palco, nel cuore di Manhattan, è una tappa del cuore, come suonare davanti ai 130mila di Campovolo. Almeno, così lo immagino io.

Ti ringrazio perché parlando hai usato, piu’ volte, la parola sogno. Perche’ hai raccontato del filmino di New York che tuo papà fece vedere a te e ai tuoi fratelli con il Super8. Senza audio. Magia di un tempo in cui eravamo fatti solo di occhi grandi, pronti a divorare ogni immagine come fosse un universo incantato. Le nostre strade, per ragioni di lavoro, si sono incrociate spesso. E tu mi hai trasmesso sempre energia. Nel senso piu’ alto che questa parola possa esprimere.

In una serata magica di Napoli, la mia Napoli bella, al Palapartenope, nel post concerto, ci intrattenemmo a parlare della volta della Cappella Sistina. La prima volta che io alzai lo sguardo verso “la bellezza”, mi scesero le lacrime. La bellezza mi emoziona sempre. Da quando ho intrapreso questo faticoso percorso che mi ha portato lontano da affetti e consuetudini rassicuranti, ho sempre avuto orecchie particolarmente allenate per udire chi, come me, è sensibile al sogno e disposto alla sfida di renderlo realtà. In qualunque forma essa poi si trasformi. E, per una volta, perché’ accade di rado, mi ha riscaldato il cuore, sentire quelle parole da te, da un italiano che viaggia il mondo con la porta del cuore aperta. Senza paura di lasciarsi attraversare dalla vita e dalle sue mille contraddizioni. Grazie mille.