E’ vero, di riforme della sanità ne sono state fatte tante (vedi post precedente) ma una riforma, sicuramente la più importante, necessaria, urgente… non è mai stata neanche ipotizzata. E’ quella che ci servirebbe per ripensare il modo di ragionare e di fare della medicina. Se è cambiato il brodo culturale, sociale, etico economico, nel quale la medicina è immersa, come ragionare? Sto parlando di “modo di essere della medicina” non di conoscenza scientifica tout court. Le conoscenze scientifiche nell’ultimo secolo si sono evolute ma non altrettanto il modo di essere del medico che è rimasto come incastrato tra ‘800 e ‘900. Il medico continua a considerare la malattia, il malato, la terapia, la diagnosi, la causa, l’effetto, il metodo, fondamentalmente come un secolo fa. Non sto esagerando. Clamoroso è il paradosso della sua formazione universitaria che nonostante le nuove sfide della società post moderna continua ad essere nozionistica, biologistica, impersonale, decontestualizzata, senza relazioni, riduzionista, fisicista ecc, esattamente come un secolo fa.

Se la concezione di malattia e di malato per un medico è la premessa dei suoi ragionamenti, se cambia la premessa, che accade al suo modo di ragionare? Se il malato non è più solo la sua malattia ma è, come si dice nei convegni, una persona cioè una supercomplessità”, cosa cambia nel suo modo di conoscere? L’equivoco nasce dal credere, come un secolo fa, che conoscenza e scienza coincidano. I programmi di formazione del medico si basano su questo equivoco. Oggi la conoscenza di un malato non è più riducibile solo a una questione biologica, anche se resta ovviamente la più importante, ma è resa enormemente più complessa dal mondo a molti mondi del malato, per cui la prima cosa che si dovrebbe ripensare è il vizio originario della medicina cioè il non riuscire a vedere altro se non cellule, organi, ormoni, molecole, formule chimiche (scientismo). 

Insomma la medicina nella post modernità si intende molto di oggetti malati ma molto meno di soggetti malati. Molto più di complicazioni fisiche molto meno di complessità individuali. Tutto questo non si risolve con una generica umanizzazione (medical humanities) e con fraintese teorie sulla centralità del malato, e meno che mai mischiando la medicina scientifica con altri generi di medicine. Ancor meno si risolve con soluzioni parziali, come la medicina narrativa, o puntando tutto sulle procedure come le linee guida, i protocolli, gli algoritmi terapeutici.. Sono tutte “non soluzioni” che singolarmente hanno intuizioni interessanti ma che nel loro complesso restano deboli e superficiali.

Oggi la potente medicina scientifica è culturalmente inadeguata nei confronti del suo proprio tempo storico, e in nessuno modo essa è esonerata dall’obbligo di un suo ripensamento profondo. La sfida che l’università, le società scientifiche, gli ordini professionali, le associazioni dei cittadini dovrebbero raccogliere è quella di riformare la “ragione medica” che non vuol dire liquidare, per carità, ma arricchire il ragionamento scientifico con altri tipi di ragionamenti, quindi arricchire la nostra preziosa razionalità con la ragionevolezza e il buon senso. Da una medicina che pensa di essere scientifica, quindi oggettiva, solo perché non ha relazioni con la complessità di un malato dobbiamo passare a una medicina che ripensa, nelle relazioni, la sua scientificità nella complessità dei soggetti.

Non vorrei che si pensasse che tutto questo discorso, sia qualcosa di intellettuale, di teorico, di astratto. Se in medicina, pur con nuovi strumenti scientifici, continuiamo a ragionare in modo inadeguato, curiamo male, costiamo di più, facciamo un sacco di errori, diventando sempre più antipatici alla gente. Credetemi sulla parola: ripensare la ragione medica, è una questione urgente e concreta. Riformare ossessivamente la sanità a ragione medica invariante è come pestare l’acqua nel mortaio.