Sacrifici tanti, risultati pochi. E’ sempre più in salita la strada di Mario Monti verso il mantenimento delle promesse fatte a Bruxelles sui conti dell’Italia e non è soltanto una questione di incognite elettorali. A mettere una nuova pietra sul raggiungimento pareggio di bilancio nel 2013, è stata la Corte dei Conti secondo la quale l’obiettivo primario del governo tecnico conseguito attraverso le misure previste – in particolare l’aumento della tassazione e il conseguente “drenaggio” di risorse – rischia di poggiare su “un equilibrio precario”.

La preoccupazione è stata espressa dalla magistratura contabile stamattina alla Camera dopo l’aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) datato 20 settembre, nel quale il governo aveva rivisto al ribasso le stime sul Pil a -2,4% per il 2012 e a -0,2% per il 2013. Nonostante ciò, Monti aveva confermato l’obiettivo di pareggio con l’escamotage del riferimento al “pareggio in termini strutturali“. Una formula peraltro già usata in aprile, quando il pareggio di bilancio era stato inserito nella Costituzione.

Ma la Corte dei Conti è andata oltre i giochi di parole ed è entrata nel merito della realtà dei fatti. Secondo quanto ha affermato il presidente dei magistrati contabili, Luigi Giampaolino, in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, la somministrazione di “dosi crescenti di austerità” e l’aumento della pressione fiscale sono una “terapia molto costosa e, in parte, inefficace” in assenza di una “rete protettiva di coordinamento e di solidarietà e soprattutto se incentrata sull’aumento del prelievo fiscale”.

Per la Corte, quindi, “si è di fronte a evoluzioni contraddittorie: si realizzano risultati importanti nel controllo della finanza pubblica, ma i mercati li riconoscono solo in parte. Si continuano a inasprire le manovre correttive, ma l’economia reale non riesce più a sopportarne il peso”.  Una cura che “non offre neppure certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni finanziarie”. Si tratta, ha aggiunto, di una spirale negativa che “è ben evidenziata dall’esame della situazione italiana”. 

Non solo. L’approfondimento della recessione, secondo i magistrati contabili, “ha impedito di conseguire gli obiettivi di entrata, nonostante gli aumenti discrezionali di imposte con cui il governo ha cercato di compensare la ciclicità del gettito fiscale”. Ed esiste il “pericolo di un corto circuito rigore-crescita, favorito dalla composizione delle manovre correttive delineate nel Def: per quasi il 70% affidate, nel 2013, ad aumenti di imposte e tasse“. Secondo Giampaolino, inoltre, già il Def “evidenziava tutte le difficoltà di gestione del bilancio pubblico nelle condizioni, ormai durature, di perdita di prodotto interno lordo“. 

Non la pensa così il ministro del Tesoro, Vittorio Grilli, per il quale “non c’è un corto circuito tra rigore e crescita. Ci deve per forza essere una compatibilità. La difficoltà e renderle compatibili”. Secondo Grilli “la crescita senza rigore è come costruire una casa sulla sabbia”.

Non così la Banca d’Italia. Secondo il vicedirettore generale di via Nazionale, Salvatore Rossi, “la pressione fiscale non è sostenibile nel lungo periodo” e “non è compatibile con una crescita economica che non sia il mezzo punto l’anno” di Pil.