Si vota già per le presidenziali americane. L’early voting è iniziato in North Carolina, dove 3000 schede sono state rispedite agli uffici elettorali, e da venerdì i cittadini di South Dakota e Idaho possono depositare il loro voto nelle urne. Nel 2008 circa il 33% degli americani espresse la propria preferenza per posta o presentandosi ai seggi prima del tradizionale primo martedì di novembre.  

Quest’anno la percentuale potrebbe essere persino superiore. Due Stati, Oregon e Washington, tengono le elezioni esclusivamente per posta e inviano la scheda tre settimane prima del 6 novembre. In molti dei battleground states necessari per conquistare la Casa Bianca – tra questi North Carolina, Nevada, Colorado, Florida, Iowa – l’early voting rappresenterà con ogni probabilità l’80% circa dei voti espressi.  Il partito democratico è in queste ore impegnato in uno sforzo imponente per portare la gente a votare prima del 6 novembre. A un comizio davanti a migliaia di studenti in Ohio, dove si inizia a votare il 2 ottobre, Barack Obama ha urlato: “Giovani, fate uso dell’ early voting perché potreste non svegliarvi in tempo il giorno delle elezioni. Non voglio che perdiate lezione!”.

Nel 2008 la strategia fu essenziale per la vittoria di Obama. I democratici riuscirono a far votare in anticipo migliaia di giovani, afro-americani, poveri, le fasce che tradizionalmente hanno più probabilità di disertare le urne. In cinque delle 67 contee della Florida due terzi di afro-americani andarono a votare prima dell’Election Day. Alla fine il 59% degli early voters scelse Barack Obama. Soltanto il 40% diede il proprio sostegno a John McCain. La cosa fu appunto il risultato della straordinaria capacità di mobilitazione, concentrazione, disciplina della campagna di Obama, probabilmente la più efficiente macchina elettorale della storia americana. Sino al 2008, tra l’altro, l’early voting aveva premiato i repubblicani. Gli elettori “anticipati” erano infatti tradizionalmente bianchi, anziani, ideologicamente motivati. Nel 2004 George W. Bush si aggiudicò il 60% dell’early voting.

Proprio per evitare il ripetersi dell’esperienza del 2008, i repubblicani hanno in questi anni moltiplicato i tentativi di limitare il voto anticipato. In Ohio la maggioranza di senatori e deputati repubblicani ha per esempio cancellato l’early voting nei tre giorni precedenti il martedì delle elezioni. Si tratta, per i repubblicani, di un modo per limitare le frodi elettorali e dare alle autorità dello Stato tempo e agio per prepararsi all’Elections Day. Per i democratici è invece un sistema per tenere lontano dalle urne migliaia di persone, soprattutto i membri delle minoranze. Nel 2008, 93 mila elettori espressero il loro voto tra il sabato e il lunedì precedenti il martedì elettorale. Un giudice ha dato ragione ai democratici ma la battaglia legale, a meno di 50 giorni dalle elezioni, continua.

Ancor più complicata la situazione in Florida. Camera e Senato controllati dai repubblicani hanno ridotto il numero dei giorni dell’early voting da 14 a 8, cancellando soprattutto la possibilità di votare la domenica prima dell’Election Day. Anche qui risulta piuttosto chiaro l’intento. La domenica dopo la messa è di solito il momento in cui molti neri, soprattutto anziani, vanno a votare. In molti casi sono proprio le chiese a organizzare bus collettivi per portare la gente alle urne. Eliminare la domenica di voto significa eliminare migliaia di potenziali voti per Barack Obama.

In questi mesi i democratici hanno spesso accusato gli avversari di voler tornare al periodo pre-Voting Rights Act, limitando o addirittura sopprimendo il diritto al voto per migliaia di afro-americani. I repubblicani, affermando di voler limitare le frodi elettorali, non si sono limitati a colpire l’early voting ma hanno spesso votato, negli Stati da loro controllati, “voter ID laws” che richiedono la presentazione di un documento d’identità con foto e indirizzo per poter ricevere la scheda elettorale. Poco importa che le frodi elettorali siano praticamente inesistenti negli Stati Uniti. Arizona, Wisconsin, Indiana, Ohio, Pennsylvania, Texas esigono oggi un documento di identificazione. La patente è considerata un documento valido (ma 21 milioni di americani non ce l’hanno), mentre sono senza valore tessera dei veterani e della Sicurezza sociale (la prima non presenta l’indirizzo dell’elettore, la seconda non ha foto). In altri casi le regole sono ancor più complicate. In Alabama si può ritirare la scheda elettorale presentando il porto d’armi, ma non la tessera studentesca.

La comica e autrice Sarah Silverman ha girato un video esilarante che espone contraddizioni e follie del sistema elettorale americano e spiega agli elettori cosa fare. Per i democratici è infatti essenziale portare alle urne più americani possibili. In certi Stati, per esempio la Florida, Obama e Romney sono praticamente alla pari nei sondaggi e qualche centinaio di voti può risultare decisivo. La soppressione del voto nell’Election Day potrebbe però venire anche da gruppi come “True the Vote”, un’organizzazione nata in Texas da una costola del Tea Party e cresciuta con i soldi di “Americans for Prosperity”, il Super PAC conservatore dei fratelli Koch. Già nel 2010 e in una serie di elezioni locali “True the Vote” ha messo in atto la sua strategia, che consiste nel calare sui collegi elettorali di afro-americani e ispanici e qui chiedere l’esclusione dal voto di tutti coloro la cui registrazione presenti errori nella trascrizione del nome o inesattezze nell’indirizzo. Il risultato sono stati controlli, ritardi, tensioni nelle operazioni di voto, che hanno spesso allontanato centinaia di persone dalle urne. Si tratta di strategie più sofisticate rispetto al passato, quando in Mississippi, Georgia e Alabama i neri in fila davanti ai seggi dovevano sopportare attacchi e minacce senza che le polizie di Stato intervenissero. Ora come allora, il fine è però lo stesso. Cancellare il voto delle minoranze.