Vietare i negozi di kebab? Limita la concorrenza e quindi non si può fare. Nemmeno in terra padana. Non se ne vogliano quegli amministratori leghisti che nel Nord Italia hanno cercato di ostacolare in tutti i modi le attività gestite da immigrati: l’Antitrust ha bocciato le delibere dei primi quattro comuni lombardi che tra 2009 e 2010 avevano lanciato la stretta non solo sulla carne arrostita alla turca, ma anche sui phone center e sui money transfer.

I provvedimenti presi in esame dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato erano stati approvati dalle giunte di Bregnano (Como), Rovello Porro (Como), Capriate San Gervasio (Bergamo) e Ceriano Laghetto (Monza e Brianza). Lo scopo dichiarato era di regolamentare l’apertura di attività che “avrebbero potuto causare situazioni di disagio sociale, viabilistico e di disturbo della quiete pubblica”. Per questo venivano imposte una serie di limitazioni, che però colpivano solo i locali etnici.

Le delibere – si legge nelle segnalazioni inviate dall’Antitrust ai quattro comuni – introducono “un elemento di rigidità del sistema tale da tradursi in una programmazione quantitativa dell’offerta, in contrasto con le esigenze di salvaguardia della concorrenza“. E a essere danneggiato, alla fine, è il consumatore, considerata “la riduzione degli operatori e il conseguente aumento del prezzo finale dei servizi, cui non corrisponde un incremento della qualità degli stessi”. Pertanto questi provvedimenti sono “in contrasto con i principi concorrenziali e con la disciplina nazionale di liberalizzazione e l’Autorità ne auspica una profonda revisione da parte degli organi competenti”.

Ma non c’è solo la violazione delle regole del libero mercato. Infatti le norme sotto esame non motivano perché i negozi di kebab “sarebbero suscettibili di incidere in maniera gravemente negativa sulla viabilità e vivibilità più di altre attività analoghe di somministrazione di alimenti e bevande”. Una frase che evidenzia il carattere discriminatorio delle norme targate Lega, spiega Domenico Tambasco, avvocato dell’associazione Tribunale per i diritti dell’immigrato, che ha firmato gli esposti da cui è partita l’azione dell’Antitrust.

“Sotto scopi apparentemente pregevoli come la tutela della vivibilità di certe zone – sostiene Tambasco – queste delibere nascondono in modo subdolo una discriminazione istituzionale“. Il legale sottolinea poi come questi provvedimenti, sebbene emanati da quattro comuni diversi, siano quasi identici tra di loro. Un copia e incolla dettato dai piani alti del Carroccio, per sponsorizzare le politiche leghiste sull’immigrazione a colpi di norme anti kebab.

La segnalazione dell’Antitrust non impone ai comuni di modificare le loro delibere, in quanto queste sono antecedenti al decreto liberalizzazioni dello scorso gennaio, che dà all’Antitrust facoltà di impugnare direttamente davanti al Tar solo gli atti amministrativi successivi al decreto. Tuttavia, spiega Tambasco, se i comuni non si adegueranno a quanto richiesto, qualsiasi cittadino potrà fare ricorso al Tar con forti probabilità di vincerlo, visto il principio appena enunciato dall’Autorità: “In tal caso i comuni verrebbero condannati a pagare i danni, con ulteriore responsabilità della giunta verso la Corte dei conti“.

Insomma, per le politiche anti negozi etnici è un duro colpo. E ora c’è un’altra norma voluta dalla Lega che rischia di subire una batosta, questa volta da parte della Corte Costituzionale. Si tratta della legge Harlem, approvata sette mesi fa in Lombardia per imporre la conoscenza dell’italiano a chi vende alimenti e per stabilire restrizioni alla concentrazione di attività gestite da stranieri. Il governo Monti l’ha impugnata davanti alla Consulta per tutelare la libera concorrenza. Minacciata anche questa volta dall’inventiva delle terre padane.

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