Una commissione d’inchiesta sulla strage di Taranto. Andrebbe istituita subito, per risarcire una città, i suoi morti, i suoi malati. Cinquant’anni di fabbrica e veleni, assunzioni e funerali. Solo ora la città è come se si fosse svegliata dal letargo. Solo ora Taranto comincia lentamente a prendere coscienza del tradimento di un’intera classe politica e dell’avidità di un ceto imprenditoriale che l’ha scambiata per Bophal, la città indiana dove nel 1984 morirono quasi 2300 persone per aver respirato 40 tonnellate di isocianato di metile dalla fabbrica multinazionale Union Carbide che produceva pesticidi.

Che vergogna il silenzio della politica e la complicità dei sindacati. Taranto sta diventando una città simbolo. Per la prima volta la magistratura con un suo provvedimento giudiziario sta provocando un terremoto. Imponendo all’azienda di rendere la produzione compatibile con l’ambiente, pena la sua chiusura. Disastro ambientale è l’accusa rivolta all’Ilva.

Con il suo provvedimento, la magistratura di Taranto ha fatto oggettivamente “politica”, anzi “politica industriale“. E questa invasione di campo viene vissuta con grande consenso della città. In sostanza ha detto all’azienda di mettersi in regola con gli impianti, di “ambientalizzare” l’area a caldo, le acciaierie, gli agglomerati, i parchi minerari, la cokeria, gli altoforni, l’area della rottamazione ferrosa.

E ha anche spiegato come e cosa fare. Nelle prossime ore, l’azienda dovrà presentare un programma accettabile, dopo che il primo piano di interventi (con l’indicazione della tipologia degli stessi, tempi e costi per la realizzazione) è stato bocciato dalla Procura. I consulenti del gip, gli stessi custodi giudiziari hanno ben spiegato cosa si deve fare per abbattere l’inquinamento.

Se questo programma sarà ritenuto insufficiente dalla Procura, si aprirà uno scenario di conflittualità estrema, con la opzione che diventerebbe molto concreta, della chiusura dello stabilimento.

E’ vero, l’inquinamento di Taranto non ha solo la responsabilità dell’Ilva, anche l’ex Arsenale Militare ha contribuito a rendere la città avvelenata, e ci sono poi gli impianti dell’Eni e della Cementir. Ma la Procura di Franco Sebastio non poteva non intervenire di fronte alla strage dell’Ilva, la più grande acciaieria a ciclo continuo d’Europa. Una capacità produttiva di dieci milioni di tonnellate di produzione di acciaio, 11.000 dipendenti “diretti”, quasi 4.000 “indiretti. Se non fosse intervenuta, non avremmo mai avuto la prova del nesso tra inquinamento e morti.

 L’Ilva oltre all’acciaio produce malattie e morti. Non solo in fabbrica, ma nella città dove si respirano polveri, amianto e veleni.

Dagli anni Sessanta e fino al 1995 l’acciaieria era delle Partecipazioni statali. Uno scandaloso “assumificio” garantito da un ceto politico che spaziava dalla Democrazia Cristiana al Partito comunista. Poi sono arrivati gli imprenditori del Nord, quell’Emilio Riva che ha scambiato Taranto per una colonia.  Ha voltato pagina, ha mandato in pensione i vecchi lavoratori assumendone migliaia. Oggi l’età media dei dipendenti è di 36,5 anni.

Ha plasmato con la sua filosofia la fabbrica ma non ha fatto nulla per evitare che l’inquinamento scandisse i tempi della produzione. E oggi che la politica è in crisi, la Procura di Taranto ha nei fatti svolto un ruolo di supplenza.

 A partire dalle prossime ore, la partita che si giocherà a Taranto sarà decisiva.  Entro martedì mattina, l’azienda dovrà presentare un programma di interventi credibile e accettabile. E a seguire, i custodi giudiziari proveranno a ridurre la capacità di inquinare della fabbrica. Si prevedono la chiusura di diversi reparti. Di sicuro di un altoforno e di forni della cokeria. Padrone Riva potrebbe reagire molto male. E gli operai, a loro volta, potrebbero tornare in piazza.

Fq