Mentre il governo di Washington e la Federal Reserve cercano di far passare il messaggio che la crisi del 2008 si sia rivelata un’inattesa opportunità di guadagno per gli Stati Uniti, un’associazione che si batte per imporre una maggiore regolamentazione a Wall Street ha provato a calcolare l’entità reale dei danni inflitti dalla tempesta finanziaria ai cittadini americani ed è arrivata all’astronomica cifra di 12.800 miliardi di dollari. Un valore sei volte superiore al debito pubblico italiano e immensamente più grande dei pochi miliardi di plusvalenza annunciati dall’amministrazione Obama come risultato del salvataggio per mano pubblica di General Motors e del colosso assicurativo Aig e della successiva vendita sul mercato delle azioni di queste società.

Better Markets, questo il nome dell’associazione che ha pubblicato il suo studio in concomitanza con il quarto anniversario del crack di Lehman Brothers che cade oggi, ha stimato che il quasi-collasso sistema finanziario sia costato agli Stati Uniti 7.600 miliardi in termini di mancato prodotto interno lordo nel decennio 2008-2018, cifra a cui bisogna aggiungere 5.200 miliardi di aiuti al settore finanziario e di incentivi per l’economia. Insomma, Better Markets ha provato a mettere un cartellino sul costo di disoccupazione, pignoramenti, perdite nei patrimoni familiari, fondi di salvataggio pubblici (Talf e Tarp), stimoli per l’economia e molto altro.

Per Dennis Kelleher, presidente dell’associazione, rimangono però fuori da questo calcolo i danni psichici subiti da cittadini che, in quanto tali, sono difficili da quantificare ma che non vanno sottovalutati: “Oggi risulta molto più difficile credere nel sogno americano”. Nel dettaglio la ricchezza delle famiglie americane è diminuita del 40% dai 74.000 miliardi del luglio del 2007 ai 55.000 miliardi del gennaio del 2009. I valori delle case sono tornati ai livelli del 2002, con una perdita complessiva pari a 7.000 miliardi. Il numero di case pignorate è compreso nella forchetta 3,7-5 milioni. Oggi gli americani che vivono sotto la soglia della povertà sono saliti a quota 46,2 milioni, il numero più alto dell’ultimo mezzo secolo. Ben 9,3 milioni di cittadini sono rimasti senza copertura sanitaria e più di 46 milioni, pari al 15% della popolazione, devono ricorrere ai buoni pasto statali per mangiare.

Secondo Kelleher poi l’aspetto più inquietante della crisi, che è ancora lontana dalla fine, è che Wall Street sembra aver completamente dimenticato la lezione del 2008. I banchieri, che solo quattro anni fa rischiavano la caccia all’uomo, si sono così rinfrancati che sono tornati a chiedere una deregolamentazione del settore finanziario. La ritrovata avidità e arroganza delle banche è dovuta al rialzo delle Borse, che non rispecchia una reale ripresa dell’economia ma è solo un pericoloso effetto collaterale delle politiche monetarie della banche centrali che hanno inondato il sistema di liquidità.

La settimana che si sta chiudendo è stata emblematica sotto questo punto di vista: la Fed ha messo in campo il terzo round di iniezione di liquidità sui mercati (in gergo quantitative easing), dopo che la Bce ha annunciato che acquisterà, se necessario, quantità  illimitate di titoli governativi. Adesso i big di Wall Street chiedono che venga rivista la regolamentazione nota col nome di Dodd-Frank, dal nome dei due parlamentari Usa che all’indomani del crack di Lehman presentarono la proposta di legge che avrebbe dovuto evitare il ripetersi della catastrofe finanziaria.

“Speriamo che il nostro report influisca sul dibattito in corso e costringa tutti a prendere in considerazione anche i costi e il dolore inflitti da Wall Street all’intera nazione”, conclude Kelleher. Se non fosse stato americano avrebbe certamente detto – e a ragione – “i costi e il dolore inflitti da Wall Street al mondo intero”.