Raid e ispezioni a Delhi, Mumbai, Calcutta, Patna e Hyderabad. Gli uffici di almeno cinque aziende minerarie sono stati perquisiti alla ricerca di documenti e sono state ispezionati una trentina di miniere di carbone. Sono i numeri dell’operazione lanciata dal Central Bureau of Investigation (Cbi), la polizia federale indiana, nell’ambito del cosiddetto “Coalgate”, lo scandalo sulla vendita delle miniere di carbone che sta animando media e opinione pubblica in India. L’accusa a carico di una decina di aziende coinvolte nello scandalo è di aver comprato sottocosto dal governo federale molte miniere di carbone e di averle poi rivendute, anziché messe in produzione, lucrando un profitto indebito. Inoltre, secondo il Cbi, alcune compagnie avrebbero falsificato i dati pur di vincere le aste pubbliche.

Pochi giorni fa l’equivalente indiano della Corte dei conti aveva riesaminato i contratti di cessione delle miniere, per le operazioni avvenute tra il 2006 e il 2009 e valutato che l’erario indiano aveva subito un danno nell’ordine dei 33 miliardi di euro. Una cifra enorme in assoluto che diventa incredibile considerando il budget dell’India. L’asta ha riguardato 86 miniere di carbone, che avrebbero dovuto iniziare la produzione tra il 2010 e il 2011, ma secondo la valutazione degli inquirenti solo 28, al 31 marzo 2011, avevano effettivamente cominciato a estrarre carbone. Gli inquirenti sospettano quindi che gli altri blocchi siano stati comprati fraudolentemente, forse da compagnie di comodo, solo per essere poi rivenduti a proprietari diversi da quelli che avevano vinto l’asta. L’India, che è uno dei più grandi produttori mondiali di carbone, ha messo in vendita un totale di 142 (70 ad aziende pubbliche e 72 a privati) miniere ma ora il partito di opposizione, il nazionalista Bharatiya Janata Party (Bjp) chiede che tutte le vendite siano bloccate e annullate, in attesa dei risultati dell’indagine. Il governo, però, attraverso il ministro delle Finanze P. Chidambaram ha detto che per il momento le vendite sono confermate e che eventualmente si valuterà solo per i casi in cui la frode sia stata provata. Il Bjp va anche oltre e chiede le dimissioni del primo ministro Manmohan Singh (Partito del Congresso), che al tempo della privatizzazione era ministro delle miniere.

In realtà, però, è stato il governo precedente, quello guidato dal Bjp, ad aver aperto il campo alla riorganizzazione del settore carbonifero, lanciando nel 2003 un ambizioso – e in parte fallito – piano per aumentare la capacità produttiva energetica del paese di 100 mila megawatt entro il 2012. Il corrispondente aumento di estrazione avrebbe dovuto essere a carico della Coal India Limited, l’azienda mineraria pubblica (che, per inciso, è il più grande produttore mondiale di carbone, 435 milioni di tonnellate nel 2011). Nel 2004, quando il Partito del Congresso vinse le elezioni, il nuovo governo valutò che la Cil non avrebbe potuto raggiungere questi obiettivi e così decise di aprire il mercato minerario sia a nuove aziende pubbliche sia ad aziende private e a cooperative di minatori, secondo un modello già sperimentato occasionalmente tra il 1993 e il 2005 in una settantina di altre miniere. Le riserve principali sono in alcuni degli stati più poveri della federazione, come l’Orissa, il Chhattisgarh e il Jarkhand e lo sfruttamento delle vene carbonifere spesso crea tensioni con i contadini che vivono nelle zone minerarie e con gli adivasi, gli indigeni indiani.

L’India, che ha 246 miliardi di tonnellate di carbone, aveva nazionalizzato il settore nel 1973 e solo nel 2010 una legge aveva autorizzato la vendita ai privati delle miniere pubbliche. Secondo la valutazione dell’Autorithy di controllo, i criteri usati dalla commissione governativa che ha valutato le richieste di concessione mineraria sono stati poco trasparenti e inoltre, secondo i media indiani, ci sono stati casi di pressioni politiche nei singoli stati e a livello federale, per favorire alcune aziende rispetto ad altre. Per di più, una parte delle aziende coinvolte nello scandalo, non avrebbe usato il carbone estratto per produrre energia ma lo avrebbe venduto direttamente sul mercato, lucrando un profitto indebito. In pratica, questo significa che solo la metà degli obiettivi di produzione del carbone fissati dal piano originario del 2003 sono stati raggiunti. Il danno, quindi, per i cittadini indiani, non è solo finanziario ma anche politico: l’ennesima promessa non mantenuta da una classe politica che, a prescindere dall’area di appartenenza, sembra sempre al di sotto delle aspettative, delle potenzialità e dei bisogni del grande paese che si trova a governare.

di Joseph Zarlingo