Le concessioni per illuminare l’Estate Romana sulle banchine del Tevere sono limitate. In tutto sono 10. E la legge dice che non si può riaffidare l’area. In realtà il rapporto tra autorizzazioni e attività presenti in certe zone è di uno a 15. Basta pensare al tratto che attraversa il I municipio, cioè il centro (anche turistico) della Capitale. Le concessioni per il Lungotevere in questa zona sono 5. Le attività commerciali, secondo le stime dell’Ufficio commercio di zona, sono almeno 96. I concessionari infatti cedono le aree, che pagano a prezzi da elemosina, guadagnandoci fino a mille volte di più. Lo chiamano il “business del Tevere”.

A Roma il suolo pubblico lungo le banchine del fiume costa da uno a tre euro al metro quadrato. Le concessioni, come detto, sono in tutto 10. Nel verbale del tavolo tecnico della Regione Lazio del 24 aprile si legge che sono vietati, pena la decadenza, l’affitto o la subconcessione degli spazi concessi. Tutte le autorizzazioni, permessi e nulla osta “debbono essere inderogabilmente accordati dai competenti organi preposti – si legge – unicamente in capo al titolare della concessione rilasciata dalla Regione Lazio, configurandosi altrimenti la subconcessione o la sublocazione a terzi o il subentro non autorizzato nella titolarità della concessione assentita, con il consequenziale immediato avvio del procedimento di decadenza”. Solo nell’area dell’Isola Tiberina finora sono state presentate all’ufficio commercio 35 comunicazioni di inizio attività intestate a società o persone diverse dai concessionari.

Una direttiva molto chiara, ma che evidentemente non viene rispettata. “Anche dalla documentazione su alcuni accertamenti dell’Arpa Lazio negli scorsi anni – spiega Nathalie Naim, consigliere del Municipio I – si evince chiaramente che molte attività commerciali spesso risultano intestate a terzi. Questo è proibito tassativamente ma, pur essendoci violazioni pressoché costanti, non succede mai nulla”. “Dai molti controlli effettuati dalla polizia municipale amministrativa – aggiunge Naim – emerge che le subconcessioni, oltre ad essere vietate, sono di importi mille volte superiori rispetto ai costi di concessione di suolo pubblico. Per fare un esempio un chiosco di 4 metri per 4 viene dato in gestione, per i tre mesi estivi, a circa 22mila euro. Un metro quadrato quindi frutta oltre mille euro”. Così una regione che ogni anno sacrifica sull’altare del debito pezzi di sanità e altri servizi per i cittadini non ne approfitta per fare cassa: quasi “regala” le concessioni a società che poi fanno “affari” al posto suo.

Basta fare un giro lungo le rive del Tevere: a fine di ogni serata si possono incassare migliaia di euro. “I guadagni maggiori – racconta il consigliere – provengono dagli stand che vendono cocktail a 8 euro e offrono cene da 30 euro in media a persona, tra l’altro senza la necessità di nessun requisito professionale normalmente richiesto per i locali pubblici che erogano servizi di ristorazione nella città”.

Le tariffe in questione per i 10 concessionari partono da 1,47 euro al metro quadro per il tratto Ponte Risorgimento-Ponte Matteotti ai quasi 3 euro per la porzione più “cara” da Ponte Duca d’Aosta a Ponte Risorgimento. E, nonostante il canone già irrisorio, con due delibere del 2009 e del 2010 la Regione ha previsto delle rateizzazioni per dilazionare il pagamento in 60 mensilità.

Dai documenti emerge l’ulteriore sconto agli concessionari. Per cinque mesi “Bazz al Palazzaccio” paga 948,25 euro per 1.600 metri quadri, “l’Isola del Cinema” 3.258 euro, “Shamrock” 662,72 euro e “Overanta”, che ha uno spazio molto esteso del lungotevere, spende 6.749 euro mentre “Poveri ma belli” non arriva neanche a 1500. Alcuni concessionari hanno l’usufrutto del terreno demaniale anche per 19 anni. “La Regione – prosegue Naim – non ha mai risposto né alla mia richiesta di informazioni né al mio accesso agli atti per approfondire la questione. Ogni anno, puntualmente, vengono violate sistematicamente le regole senza nessuna risposta da parte di chi dovrebbe far rispettare queste regole”.

Le violazioni non riguardano soltanto le subconcessioni: i locali restano aperti oltre l’orario permesso e diffondono musica senza avere il nulla osta per l’impatto acustico. Rumori che a volte doppiano il limite di decibel previsto, anche a pochi metri dagli ospedali. Le misurazioni lungo tutto il fiume oscillano tra i 70 e i 90 decibel, violando sistematicamente il tetto massimo previsto (55). Valori confermati anche dall’Arpa Lazio: un documento dello scorso anno spiega che molti i locali sono senza il nulla osta per l’impatto acustico e che i valori compresi andavano “tra 73,5 DbA in corrispondenza delle attività nelle quali veniva effettuata musica riprodotta e 86 DbA in corrispondenza delle attività nelle quali veniva effettuata musica dal vivo”.