Che succede alla banda ultralarga? E’ vero, finalmente sta partendo il decreto governativo Digitalia, in parallelo di fatto con il progetto di posa della fibra programmato dalla cordata pubblica/privata Metroweb, formata dalla Cassa Depositi e Prestiti, e dunque dal suo presidente Franco Bassanini, con il Fondo 2I di Vito Gamberale. Ma perché la banda larghissima pare si sta finalmente concretizzando? Perché l’illusione diffusa anni fa che con l’etere e l’Adsl su doppino in rame si potesse sostituire la fibra ottica come mezzo di trasmissione delle informazioni è svanita alla luce della enorme quantità di bit in circolazione, prodotta dallo sterminato numero di trasmissioni di fotografie, video e archivi generato dalla pletora attiva delle apparecchiature mobili. Cellulari, iPhones, smart phones e iPad. Il rischio imperdonabile, già presente, è il collasso della comunicazione.

Di qui l’imprescindibilità strategica di una rapida posa della fibra ottica nel territorio nazionale che il decreto Digitalia ha colto, e a cui Metroweb risponde. Se è chiaro da sempre che l’arretratezza dell’Italia rispetto a quasi tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea costituisce un handicap gravissimo per lo sviluppo e la modernizzazione economica e istituzionale, l’illusione dell’etere e dell’Adsl ha frenato a lungo le iniziative legate alla fibra. Ma a questo punto si pone un enorme problema di carattere politico, economico e sociale che riguarda il ruolo dei territori, principalmente di Comuni e Province, rispetto a questa doppia iniziativa centrale, il cui margine di profitto senza rischi finanziari è segnalato dallo stesso impegno della Cassa Depositi e Prestiti che da statuto non può fare investimenti a rischio. E si tratta del più grosso investimento in Italia insieme al Tav. Proprio la rilevanza politica e remunerativa della banda larghissima (una infrastruttura perfino più rilevante di quella dell’alta velocità) pone ai Comuni, in quanto proprietari di condotte del sottosuolo, e Province, in quanto proprietarie delle strade provinciali, un terreno di confronto e decisioni che una volta tanto si può davvero definire epocale.

E’ ormai da tempo riconosciuto il dato che posando la fibra nelle condotte preesistenti nel sottosuolo, ivi e soprattutto comprese le fogne, il risparmio sui costi rispetto alla tradizionale apertura e chiusura di apposite trincee è di oltre il 50%, senza contare l’eliminazione totale del disagio urbano. A tale più vantaggiosa tecnica si sono rivolte ormai molte attività di posa. Nello stesso tempo una legge assai discutibile (la 133 del 6/8/2008) all’art.2 impone ai Comuni di mettere a disposizione delle imprese richiedenti i propri condotti, costruiti con i soldi dei cittadini, senza oneri finanziari per il posatore. Ora, cosa potrebbe accadere lasciando semplicemente l’iniziativa alle imprese richiedenti? Che i Comuni, qualora subissero passivamente la legge, si troverebbero a non avere alcun ritorno finanziario dalla posa, e nello stesso tempo assisterebbero impotenti ad una distribuzione della fibra secondo criteri di puro mercato, e dunque di immediata e massima remunerabilità, decisa dall’azienda privata, con effetti gravissimi di ingiustizia sociale rispetto non solo al digital divide ma anche e forse soprattutto alla svalorizzazione urbanistica dei quartieri già sfavoriti e viceversa, con conseguenze inaccettabili in termini di sperequazione di cittadinanza.

Che fare allora? Già nel lontano 1994 il Comune di Bologna propose all’Anci, che solo formalmente lo accettò, un progetto chiamato Optubi, presentato da un economista, Enrico Petazzoni, e sostenuto dall’allora assessore Stefano Bonaga, che presentava già tutte le caratteristiche per affrontare la sfida della banda larghissima nel modo più vantaggioso per Amministrazioni e cittadini. Tale progetto prevede la rapida costituzione da parte delle amministrazioni locali di società partecipate a maggioranza pubblica ed aperte ad operatori privati (nella fase presente certamente in primis Metroweb, ma non solo) che abbiano come missione la posa dei cavi ottici nelle condotte del sottosuolo appartenenti ai propri patrimoni. Un secondo passo prevede la fusione di tali società in una rete nazionale. Il valore del diritto di posa nelle condotte preesistenti è pari al risparmio che si ottiene evitando il costo dello sventramento e chiusura di una infinità di strade. Dunque il conferimento di tale diritto alla società partecipata garantisce il ruolo di socio di maggioranza alle amministrazioni.

In questo modo la volontà democratica delle amministrazioni diventa determinante nella scelta dei luoghi di diffusione della banda ultralarga, evitando così la creazione di ghetti urbani e ulteriori sperequazioni nei valori immobiliari e nell’offerta di servizi. La rete costruita nei modi qui indicati, benché puramente passiva (la legge infatti non consente ai soggetti pubblici di fornire direttamente servizi telematici agli utenti finali), quando affittata ai providers di detti servizi, garantisce rilevantissimi ritorni finanziari, che nell’attuale drammatica congiuntura di finanza pubblica sono una vera e propria manna dal cielo, indipendentemente dalle modalità in seguito e di volta in volta adottate dalle amministrazioni per fare cassa. A questo punto è importantissimo sottolineare che per reagire attivamente ai vincoli sfavorevoli della legge citata, oltre a sfidarne la costituzionalità al comma 2 dell’art.2, è decisivo per le p.a. prendere per prime l’iniziativa con la costituzione delle società miste per la posa dei cavi nelle proprie condotte e resistere alle pressioni di varia natura che si genereranno da parte dei maggiori operatori. Ma qui è Rodi e qui bisogna saltare. Ne va del bene comune rispetto al puro profitto privato.