Il deputato Enzo Raisi, nel corso della conferenza stampa dove ha parlato delle sue ricerche sulla strage alla stazione di Bologna, oltre a parlare di Paolo Bolognesi, è tornato su altri due temi che riguardano quel terribile attentato. Il primo riguarda le indagini in corso sulla strage che hanno portato all’iscrizione come indagati di strage i tedeschi Thomas Kram e Christa Margot Frolich. Per il parlamentare, “il lodo Moro è il vero tema che sta dietro la strage di Bologna”. Dunque l’accordo segreto del governo italiano che consentiva ai palestinesi di operare in Italia senza ferire cittadini italiani è il filo da seguire e che conduce a Carlos, il terrorista del gruppo Separat già filopalestinese. “È tutto documentato dalla commissione Mitrokhin”, ha detto “e metterò a disposizione i documenti secretati della stessa commissione. Poi accada quel che accada”.

Il secondo tema di Raisi – annunciando per settembre un libro nel quale anticipa che saranno pubblicati gli atti i suo possesso – riguarda Mauro Di Vittorio, il ventiquattrenne romano che morì nella strage. Secondo lui stranezze ci sono “nell’autopsia sul corpo e sui 2 giovani che scapparono quando erano all’obitorio”. Inoltre Di Vittorio viene ascritto “all’area dell’Autonomia romana, soprattutto quella dei Vosgi, vicina ai palestinesi”. Cita inoltre come i movimenti dei gruppi della capitale “verso Verona, dove c’erano i vertici della colonna veneta delle Brigate Rosse” facendo il nome tra i referenti di Antonio Savasta.

Inoltre Raisi già nei giorni scorsi era tornato sui contenuti che riguardano Di Vittorio pubblicati sul sito dell’associazione vittime. Sono quelli che riprendono un articolo successivo alla strage firmato 1980 dal giornalista Fabio Negro che, per il Resto del Carlino, lo aveva scritto corredo del “fondo di solidarietà” lanciato dal quotidiano bolognese dopo l’attentato. L’associazione vittime lo ha ripreso in parte e messo online. Ma non è l’unico che racconta questa storia. La conferma L’Unità il 15 agosto 1980, raccontando i funerali del giovane celebrati a Roma nella cappella del Verano. Era partito per Londra il 28 luglio di quell’anno passando per Friburgo, dove si era separato da un amico scoperto a viaggiare senza biglietto. Giunto in Gran Bretagna, alla frontiera era stato respinto perché senza lavoro e dunque era tornato in Italia, passando per Bologna il mattino della strage e perdendo la vita.

In merito poi alla sua estrazione di sinistra, i giornali dell’epoca la confermano. Ma sono concordi nel dire che “da tempo faceva da capofamiglia. Qualche anno fa, infatti, era morto il padre e la madre e il fratello non ce la facevano a andare avanti con una piccola pensione. Il giovane così abbandonò gli studi e cominciò a lavorare un po’ dappertutto, anche lontano da Roma, ricordandosi sempre di mandare i soldi a casa”. Ai suoi funerali, oltre ai familiari, partecipò l’allora assessore alle politiche educative, Roberta Pinto, deputata fino al 1992 prima per il Pci e poi per il Pds. C’erano anche una ventina di giovani, “i compagni di Torpignattara”, come scrissero su uno dei cuscini di fiori appoggiati sulla bara di Di Vittorio, e un gruppo femminista che appose uno striscione di fronte alla cappella dentro cui si celebrarono le esequie.